Lc 14,1-6 - Venerdì della XXX Settimana del Tempo Ordinario – Anno Pari

Le regole sono un aiuto prezioso per vivere, ma possono diventare una prigione quando dimentichiamo il motivo per cui esistono. È quello che accade agli interlocutori di Gesù nel Vangelo di oggi: sono talmente preoccupati di difendere la loro interpretazione del sabato da non riuscire più a vedere la sofferenza di un uomo.

Gesù non contesta il valore della Legge, ma il modo in cui essa può essere usata per sottrarsi alla responsabilità di amare. Basta una domanda semplicissima per mettere in crisi ogni loro ragionamento: se un asino cade in un pozzo, chi non si affretterebbe a tirarlo fuori, anche di sabato? Tutti conoscono la risposta, ma nessuno parla perché ammetterla significherebbe riconoscere che davanti al dolore non possiamo nasconderci dietro una norma.

È curioso come talvolta siamo capaci di trovare mille giustificazioni per non fare il bene. Ci diciamo che non è il momento, che non tocca a noi, che ci sono procedure da rispettare. E intanto, qualcuno rimane nel suo pozzo, ad aspettare una mano che lo sollevi. Gesù ci ricorda che la fedeltà a Dio non si misura dalla rigidità con cui difendiamo le regole, ma dalla capacità di riconoscere il bene per cui quelle regole sono state date. Una legge che ci impedisse di amare avrebbe smarrito il suo scopo. E una religiosità che ci rendesse indifferenti al dolore degli altri sarebbe diventata la caricatura della fede.

La vera obbedienza non spegne la coscienza, la rende più attenta. Non ci esonera dal prenderci cura degli altri, ma ci insegna a farlo anche quando costa. Alla fine, davanti a una persona che soffre, la domanda non è soltanto che cosa sia permesso fare, ma quale amore ci venga chiesto di mettere in pratica. Perché nessun giorno è sbagliato per fare il bene, senza rimandare.