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L'interno del Tribunale di Milano
Ridotto all’osso, quanto accaduto il 28 ottobre 2026 sul caso Siher nel Palazzo di giustizia a Milano, e subito riverberato con toni molto accesi nel dibattito pubblico, si può riassumere così: un Pm chiede al Gip la convalida di un fermo e una custodia cautelare in carcere, il Giudice per le indagini preliminari, valutando in modo indipendente, respinge la richiesta del Pm, dà torto all’accusa e decide in linea con le valutazioni della difesa.
LE REGOLE TRA GIP E PM
Niente di strano, capita ogni giorno in tutti i Tribunali della Repubblica, che un Gip decida ora sposando le tesi del Pm ora ora smentendole, svolgendo il proprio ruolo indipendente di verifica in un sistema in cui il Pm è «requirente»: ossia per ruolo uno che può chiedere al giudice chiamato a decidere, ma non agire direttamente, il tutto a garanzia del cittadino indagato. Ordinaria amministrazione, secondo i ruoli che l’ordinamento a ciascuno assegna.


LA REAZIONE DEL GOVERNO
Come spesso accade quando una decisione giudiziaria è politicamente sgradita (nel caso la mancata convalida del fermo di Youssef Siher tuttora indagato a Milano per la gestione della chat Movimento 17 ottobre) membri del Governo (in questo caso Meloni, Salvini, Tajani) intervengono sui social istituzionali per criticare la decisione e magari anche personalmente il magistrato che l’ha presa. Anche questa è ormai ordinaria amministrazione nel dibattito pubblico, anche se non dovrebbe esserlo perché contraddice un principio cardine, nelle democrazie contemporanee da circa tre secoli: la separazione dei poteri. E perché così facendo mina la fiducia nelle istituzioni.
SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, UN CURIOSO CORTOCIRCUITO
Il caso in questione però è, per così dire curioso, per un ulteriore cortocircuito di contraddizioni: si tratta infatti dello stesso Governo che voleva separare con riforma costituzionale le carriere di Pm e giudici proprio al fine di ottenere quello che nel Palazzo di giustizia il 28 ottobre è avvenuto. Per mesi la maggioranza ha impegnato il Parlamento nella riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario, nota come separazione delle carriere, arrivando ad approvarla in doppia lettura, e non diventata legge perché poi bocciata dai cittadini al referendum costituzionale nel marzo 2026.
La tesi sostenuta dal Governo promotore della riforma era l’assunto secondo cui le carriere di Pm e Giudici andavano separate in Costituzione, per garantire ai cittadini una giustizia più garantista, perché chi voleva la riforma sosteneva (cosa tutta da dimostrare) che i Gip fossero troppo disposti a sposare le tesi dell’accusa. Sulla base di questo assunto si sono consumati tutti gli incontri pubblici favorevoli al sì al referendum, sulla base di questa tesi è stata sostenuta la necessità, che queste ore smentiscono, della riforma, quotidianamente per mesi su tutti i media da parte di chi sosteneva le posizioni del Governo durante la campagna elettorale pre referendum.
Ma poi, ora, basta la decisione politicamente sgradita di un Gip su un caso singolo perché i leader dei tre partiti della coalizione di maggioranza, (tra loro la presidente del Consiglio in persona, che bolla la decisione giudiziaria come «vergognosa») si rimangino in una manciata di minuti tutto quanto hanno sostenuto per mesi, anzi per anni, per fare inversione a U e attaccare una giudice perché non ha assecondato le tesi d’accusa, nell’occasione gradite al Governo. Al netto della sgrammaticatura istituzionale, sottolineata dalla replica dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm), sconcerta l’immagine di assoluta indifferenza al principio di non contraddizione che questo atteggiamento dà: un «qui lo dico qui lo nego» che non può che disorientare l’opinione pubblica, tanto più se ha votato “sì” al referendum convinta dalle argomentazioni del Governo.
L’APPELLO PER GAZA, UNA LETTURA STRUMENTALE
Nel frattempo sui media rimbalza una notizia vecchia di un anno risalente ai giorni del 2025 in cui Tel Aviv aveva lanciato una grande operazione di terra e i tank erano entrati a Gaza City Gli sfollati palestinesi avevano superato il milione e l’Onu aveva dichiarato lo stato di carestia a Gaza, un periodo nel quale anche Famiglia Cristiana aveva dato conto di iniziative simili come quella di Preti contro il genocidio.
Sull’onda della decisione sul caso Siher si sfila dagli archivi un appello per i diritti di alcuni giuristi per Gaza, pubblicato su Giustizia insieme il 1° ottobre 2025. Si sottolinea da più parti strumentalmente che tra quelle firme, al numero 766, c’era quella della Gip Tiziana Landoni, ricollegandola al fatto che un anno dopo ha negato la convalida del fermo di Siher. Quello che non tutti dicono è, invece, che in calce allo stesso appello, ma molto prima, al numero 305, c’era anche la firma di Francesca Crupi, la Pm che ha chiesto la custodia cautelare in carcere di Siher, a riprova della spericolatezza del percorso che porta a utilizzare quelle firme come chiave di lettura di un procedimento in corso.
CHE COSA C’ERA DENTRO
Giova anche, per maggiore chiarezza, riportare che cosa diceva questo appello ormai famigerato, ma non così noto: «Di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza», vi si legge, «il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione. Come giuristi, sentiamo il dovere di ricordare che lo Stato italiano, per Costituzione e per legge, e con l’adesione a trattati e convenzioni, ha scelto la tutela dei diritti fondamentali e la persecuzione dei crimini internazionali. Le ragioni di questa scelta sono tra l’altro compendiate nello Statuto della Corte Penale Internazionale, firmato a Roma nel 1998, sottoscritto da 125 Paesi, e ratificato con legge dello Stato nel 1999. Vogliamo ricordare queste ragioni, unitamente ai rappresentanti dell’Avvocatura e dell’Università che vorranno aderire, leggendo ogni giorno - nelle aule d’udienza e in quelle universitarie - il preambolo allo Statuto della Corte Penale Internazionale, per testimoniare che le coscienze di chi ogni giorno contribuisce all’amministrazione della giustizia non sono indifferenti alle ingiustizie perpetrate nei confronti dei più deboli, e per fare appello a tutte le istituzioni perché si pretenda il rispetto del diritto e dei diritti fondamentali dei civili».
Niente più che il ribadire l’ovvio dei riferimenti istituzionali per chi si occupa di diritto in qualunque ruolo: il rispetto dei diritti umani dei civili in guerra, i principi costituzionali, il rispetto del diritto internazionale. In quell’appello ci si limitava a ribadire l’adesione a una legge dello Stato come quella della ratifica ed esecuzione dello Statuto della Corte Penale internazionale, per altro firmato a Roma, cui lo Stato italiano ha scelto liberamente di aderire fin dal 1999, per la persecuzione dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità. Farlo apparire come uno schieramento di parte, capace di incrinare l’apparenza dell’indipendenza di un magistrato, dà una lettura strumentale dei fatti che distorce la realtà e non aiuta a capire.










