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Nella contea di Orange, all’estremo est del Texas, nel 2024 l’83 per cento degli elettori scelse Donald Trump. Eppure il presidente locale dei democratici, John Cash Smith, racconta al Post che quest’anno l’aria è cambiata: «Questa volta è diverso, si percepisce». Una sensazione non è un dato. Ma quando attraversa una terra rossa da generazioni, è un indizio che i cronisti imparano a non scartare.
Martedì 3 novembre gli americani rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 del Senato. Oggi i repubblicani ne controllano 218 e 53. Le elezioni di metà mandato sono il momento in cui l’America presenta il conto al presidente; stavolta il conto è più salato del solito.
Il conto del presidente
Per Reuters il gradimento di Trump è al 32 per cento, un punto sopra il minimo storico toccato il 19 ottobre. La media di Silver Bulletin lo colloca al 36,9, con il 60,3 di giudizi negativi; per il New York Times è il secondo dato peggiore alla vigilia di un midterm dal 1946, dopo quello di Truman. Sull’inflazione approva il 25 per cento, la boccia il 71. Nel voto generico i democratici guidano di circa nove punti e mezzo, e Decision Desk HQ assegna loro otto probabilità su dieci di riprendere la Camera e poco più di una su due al Senato.


Dietro le percentuali c’è la spesa di ogni giorno: il carburante rincarato dalla guerra in Iran, i prezzi, un’economia frenata. Patrick Ruffini, sondaggista con un passato nel Partito repubblicano, la mette così: gli elettori volevano un presidente concentrato sul costo della vita e l’hanno visto occuparsi d’altro. Mario Del Pero, nell’analisi per l’ISPI, ricorda che la polarizzazione trasforma le midterm in un «referendum sul presidente», ma che con un terzo dell’elettorato sempre accanto a Trump le oscillazioni restano contenute.
La mappa del Senato
Alla Camera il vantaggio democratico appare solido. Il Senato è un’altra storia. Per conquistarlo i democratici devono difendere Georgia, Michigan, New Hampshire e Minnesota e strappare quattro seggi tra Maine, North Carolina, Alaska, Texas, Ohio e Iowa, dove in molti casi nel 2024 Trump vinse con oltre venti punti di margine. Eppure, in quegli Stati i sondaggi parlano ormai di equilibrio, e perfino il Kansas, che non elegge un senatore democratico dal 1932, non sembra più così sicuro. Il segnale più eloquente è nelle mosse repubblicane: più denaro dei rivali, ma risorse spostate dai collegi d’attacco a quelli di difesa. E il presidente, a ottant’anni, rincorre i comizi tra Texas, Ohio, Iowa e Mississippi.


Il seminarista e il procuratore
Il laboratorio più osservato è il Texas, e ha un volto: James Talarico, 37 anni, deputato statale e seminarista presbiteriano. Cita la Bibbia nei comizi, parla di una «politica dell’amore» che unisca invece di dividere, e si prende un terreno che di solito i repubblicani considerano loro. Non rinnega però le posizioni del suo partito su aborto e diritti Lgbtq+, nodo delicato per molti ispanici e cattolici. Da due mesi i sondaggi lo danno avanti, quasi sempre entro il margine d’errore, su Ken Paxton, 63 anni, procuratore generale messo sotto impeachment nel 2023 dalla Camera texana e poi assolto dal Senato.
Nel 2018 Beto O’Rourke perse contro Ted Cruz per meno di tre punti senza quasi mai passare in testa nei sondaggi; Talarico, a differenza sua, li guida. L’ultimo senatore democratico del Texas fu eletto nel 1988. Per quel seggio, a metà ottobre, erano stati spesi quasi 325 milioni di dollari (130 in tutto nel 2018), e il Texas vale 40 grandi elettori su 270: se tornasse contendibile, nel 2028 entrambi i partiti dovrebbero rifare i conti.


Il Texas è cambiato. Dal 2000 la popolazione è salita da circa 21 a più di 31 milioni di abitanti, molti arrivati da California e New York. I democratici hanno guadagnato tra i bianchi e perso gli ispanici, che nel 2024 votarono in maggioranza Trump. Molti se ne sarebbero anche pentiti, soprattutto i giovani, decisivi per il successo di Trump due anni fa, tornano verso i democratici per il peso dei prezzi.
Cautela con i numeri
Prudenza, però. I 3.312 sondaggi per il Senato tra il 2018 e il 2024 in media hanno sovrastimato il candidato democratico di 3,7 punti, in Iowa, Michigan e Ohio il 93 per cento. Se accadesse di nuovo, i repubblicani terrebbero il Senato. A offuscare il quadro complessivo c’è il caso Wedgewood Polls: la società ha ammesso che quasi tutte le sue rilevazioni erano false, un esperimento sociale, mentre il New York Times ne ha ritirate 15 dal proprio archivio e Decision Desk HQ, 17.


E dopo il voto
Gli scenari sono chiari. Con la sola Camera, i democratici potrebbero nominare lo speaker, aprire inchieste e ostacolare tasse e bilancio; a Trump resterebbero il veto e gli ordini esecutivi, e a un Senato repubblicano le nomine dei giudici. Con entrambe le Camere l’agenda legislativa si fermerebbe quasi del tutto e ogni nomina diventerebbe una battaglia. Un nuovo impeachment partirebbe dalla Camera e morirebbe al Senato, dove servono i due terzi. Trump non ha possibilità di un terzo mandato e fra due anni lascerà la Casa Bianca.
Sul voto pesa anche il fronte legale. L’amministrazione Trump chiede di accantonare circa ventimila schede in California e quelle di oltre quattrocento persone nello Stato di Washington, accusate di essersi registrate senza cittadinanza; i dati disponibili indicano però che il voto dei non cittadini sia estremamente raro.
Ai seggi, il 3 novembre, ci saranno anche i leader religiosi. Secondo l’Associated Press, pastori, rabbini, imam, buddisti, quaccheri e volontari laici vigileranno in nove Stati dove le sfide sono più combattute, per abbassare le tensioni e offrire sostegno a chi vota.


L’iniziativa è della coalizione apartitica e interreligiosa Faiths United to Save Democracy. La cofondatrice Barbara Williams-Skinner spiega che gli assistenti spirituali ai seggi esistono da anni, ma «il 2026 sarà diverso»: si teme che la presenza dell’Ice spaventi soprattutto le famiglie con status migratori diversi tra i componenti.
Resta la domanda. Sarà la fine di un’epoca? O si verificheranno tentativi di eversione, come sei anni fa, che gli Stati Uniti hanno forse archiviato troppo in fretta. Per questo non è soltanto una conta di seggi.
Quella sera, nella contea di Orange come nelle metropoli americane, qualcuno aspetterà un verdetto che nessuno può garantire. Un’epoca non finisce con un sondaggio. Finisce, se finisce, quando gli elettori decidono e chi perde accetta di aver perso.














