Mt 18,12-14 - Martedì della II Settimana di Avvento

A volte pensiamo che la fede sia una scalata verso Dio. Ci sforziamo, ci confrontiamo, ci giudichiamo. Ma il Vangelo di oggi ci ricorda una verità capovolta: non siamo noi a cercare Dio. È Lui che cerca noi. La parabola della pecora smarrita non celebra l’eroismo di chi resta nel gregge, ma la follia d’amore di un Pastore che lascia i novantanove per inseguire l’unico che manca. E questa è forse la notizia più liberante della nostra vita: agli occhi di Dio non siamo mai “uno dei tanti”.

Siamo l’unico. Il problema è che spesso non ci crediamo. Quando ci smarriamo, in una scelta sbagliata, in un fallimento, in un peccato che ci pesa ancora addosso, pensiamo di aver perso il diritto di essere cercati. Ma Gesù dice il contrario: proprio là dove ci siamo persi, Lui comincia a camminare più veloce. Non viene con il rimprovero, ma con la gioia. Non con il giudizio, ma con la responsabilità di un amore che non sa arrendersi.

Il Pastore non torna indietro fino a quando non ci ritrova. E questo dovrebbe guarire la nostra paura più profonda: quella di non valere abbastanza. La pecora smarrita non fa nulla. Non torna indietro con le sue forze. È trovata. È sollevata sulle spalle. È riportata a casa. A volte la vera conversione non è fare grandi passi, ma lasciarsi prendere.

Lasciare che Dio ci ami proprio nel punto che ci imbarazza di più. Cristo non ama chi è perfetto, ama chi è perduto. Forse è per questo che la parabola finisce con un’esplosione di gioia: “Si rallegrerà per quella più che per le novantanove”. Non perché le altre non contino, ma perché ogni ritorno è un miracolo.