Mt 26,14-25 - Mercoledì della Settimana Santa

Il gesto di Giuda, che vende Gesù, non è lontano dalla nostra esperienza come potremmo pensare. Si ripresenta ogni volta che usiamo gli altri secondo il nostro interesse. Ogni volta che facciamo esistere qualcuno solo in funzione di un utile e non dentro la gratuità dell’amore. In questo senso, la mentalità di Giuda è più quotidiana e familiare di quanto immaginiamo.

Usare gli altri è, in fondo, un modo per “venderli”: significa ridurli a oggetti, a strumenti, a mezzi per i nostri scopi. È esattamente il contrario dell’amore, che invece riconosce nell’altro un valore in sé. Gesù, durante l’ultima cena, dice chiaramente che si può condividere tutto, persino lo stesso pane, e allo stesso tempo tradire. Questo rende il tradimento ancora più drammatico: non nasce dalla distanza, ma dalla vicinanza. Nel racconto di Matteo, poi, Gesù porta fino in fondo la verità di questo gesto: «Sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». È una parola forte, che non va letta come una condanna definitiva, ma come la rivelazione della gravità di una vita vissuta senza amore. Perché che vita è quella in cui non si ama, ma si usa? Il Vangelo, però, non si limita a indicarci Giuda. Ci coinvolge direttamente.

Anche noi siamo chiamati a fare nostra la domanda dei discepoli: «Sono forse io, Signore?». È una domanda sincera, che apre alla conversione. Non serve per accusarci, ma per renderci veri. Per riconoscere dove, anche nella nostra vita, rischiamo di sostituire l’amore con l’interesse, la relazione con l’utilità. E proprio da questa consapevolezza può nascere una preghiera autentica: chiedere al Signore di convertirci, di liberarci da tutto ciò che ci porta a usare gli altri, e di insegnarci ad amare davvero. Perché solo l’amore rende la vita piena e vera. Il resto è sempre Giuda e le sue conseguenze.

Epicoco, Gesù veramente