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Gv 13,16-20 - Giovedì della IV Settimana di Pasqua
«Colui che mangia il pane con me ha alzato contro di me il suo calcagno». Queste parole del Vangelo di oggi ci ricordano una verità scomoda: a volte la sofferenza non viene da fuori, da chi consideriamo nemico, ma nasce proprio dentro le relazioni più vicine. Può venire da chi amiamo, da chi ci è accanto, da chi condivide con noi la vita. È un dolore particolare, più acuto, perché tocca la fiducia. E sapere che anche Gesù ha attraversato questo tipo di sofferenza non elimina il dolore, ma lo illumina.
Significa che ciò che viviamo non è estraneo alla sua esperienza. Eppure il Vangelo non si ferma alla ferita. Gesù non ci invita a rimanere fissati sul tradimento, ma ad alzare lo sguardo. Subito dopo dice: «Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». È come se ci dicesse che la logica decisiva non è quella del male ricevuto, ma quella dell’accoglienza. Non è il tradimento a definire la nostra vita, ma la capacità di rimanere aperti. Dio, infatti, passa attraverso relazioni concrete.
Lo si incontra accogliendo, lasciandosi accogliere, vivendo legami che non sono chiusi nella ferita, ma aperti a qualcosa di più grande. Anche la nostra vita, con le sue fragilità e le sue ferite, può diventare un luogo di passaggio. Non solo il luogo del dolore, ma anche uno spazio in cui Dio si rende presente. In questo senso, la nostra stessa carne può diventare un ponte. Un luogo in cui, nonostante tutto, continua a circolare un amore più grande della ferita subita.





