Una ragazza piange a dirotto. È seduta nei banchi della cattedrale, il volto affondato tra le mani, il corpo scosso da singhiozzi che non cercano di essere trattenuti. È una studentessa, una compagna di Giovanni Tamburi, morto nel rogo di Capodanno a Crans-Montana. Da quel giorno, al funerale, tra i banchi, a casa: questo dolore non è un fatto privato, familiare, è esposto, condiviso, collettivo. È il dolore di una generazione ferita, che improvvisamente scopre quanto la vita possa spezzarsi senza preavviso.

Il dolore condiviso di una generazione

«Quando li ho guardati negli occhi, ho visto ragazzi che non sapevano dove guardare», racconta don Vincenzo Passarelli, per ventun anni insegnante di Religione al Liceo Righi. «Non erano solo gli occhi di chi piange un amico morto. Erano occhi smarriti, occhi che chiedevano una zattera a cui aggrapparsi». Giovanni era stato suo alunno nel biennio. Sedici anni, studente brillante, presenza viva. «Era un bel tipo, davvero. Sveglio, profondo. Quando interveniva, le sue parole non erano mai scontate: facevano avanzare la lezione». Un ragazzo educato «nel senso più vero del termine», sorridente, capace di relazioni. «Si vedeva che le persone gli volevano bene, e lui quel bene lo ricambiava».

Le vittime di Crans Montana. Prima fila da sx: Achille Osvaldo Giovanni Barosi e Emanuele Galeppini. Seconda fila da sx: Riccardo Minghetti, Giovanni Tamburi e Chiara Costanzo.
Le vittime di Crans Montana. Prima fila da sx: Achille Osvaldo Giovanni Barosi e Emanuele Galeppini. Seconda fila da sx: Riccardo Minghetti, Giovanni Tamburi e Chiara Costanzo.
Le vittime di Crans Montana.Prima fila da sx: Achille Osvaldo Giovanni Barosi e Emanuele Galeppini.Seconda fila da sx: Riccardo Minghetti, Giovanni Tamburi e Chiara Costanzo. (ANSA)

Dalla tragedia alla preghiera

Dopo la tragedia di Crans-Montana, la comunità non ha scelto il silenzio disperso, ma la sosta. La preghiera. «L’idea di fare tutti insieme un rosario è nata naturalmente», spiega don Vincenzo. «In mezzo all’angoscia ci siamo chiesti: cosa possiamo fare? Pregare significa dare spazio al desiderio del cuore, che ha bisogno di qualcosa di più grande di noi». Alla veglia pensavamo di essere qualche decina insieme alla famiglia: sono arrivate cinquecento, forse seicento, persone. Più della metà giovani. «In una città come Bologna, secolarizzata, questo è un segno fortissimo», dice. «Nessuno li ha obbligati. Se sono venuti è perché cercavano qualcosa».

Il bisogno di presenza

Presenza, non spiegazioni. Cercavano volti, mani, corpi accanto ai loro. «Viviamo in un mondo ipersolitudinario. I ragazzi hanno un bisogno fisico di stare insieme, di guardarsi in faccia». La morte di Giovanni è «una bomba esplosa davanti agli occhi dei giovani». La rabbia c’è, ammette don Vincenzo, ma non consola. «Non cambia il fatto che questi ragazzi non ci sono più».

Attraversare il dolore

Elaborare un dramma così non significa rimuoverlo in fretta. «Il rischio oggi è anestetizzare il dolore, ma va attraversato». La fede, in questo attraversamento, non cancella la ferita. «Il dolore resta. Ma cambia sapore». Lo ha visto nei familiari di Giovanni, soprattutto nelle nonne e nella madre. «Diceva: so che è in paradiso, che la morte è un passaggio. Era una fede fragile forse, ma vera».

ANSA
ANSA
Striscione dei tifosi del Bologna in memoria di Giovanni Tamburi durante Bologna-Atalanta, 7 gennaio 2026 (Ansa). (ANSA)

Il ruolo degli adulti

Al centro resta una responsabilità adulta. «La nostra società non ha bisogno di maestri, ma di testimoni», dice don Vincenzo, citando Paolo VI. «Di adulti veri, che si mettono in gioco». È a loro che i ragazzi guardano, anche senza dirlo, quando il terreno sotto i piedi cede e le certezze si sgretolano tutte insieme.

Un fiume silenzioso verso la cattedrale

La mattina del funerale, al Righi si fanno solo le prime due ore, una sola per don Vincenzo. Poi la scuola chiude e gli studenti si incamminano verso la cattedrale. Centinaia. «Dal presbiterio era impressionante», ricorda. Un fiume silenzioso di ragazzi, zaini sulle spalle e occhi bassi, che trasforma il lutto in cammino. Giovanni, ancora una volta, era lì. Presente. Nel pianto inconsolabile di quella ragazza. E nello sguardo di chi ha avuto il coraggio di fermarsi, riflettere e pregare.