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Chiara Petrolini arriva in aula per il processo in Corte d'Assise, 19 gennaio 2026. ANSA/SANDRO CAPATTI
Due neonati partoriti in segreto e sepolti nel giardino di casa. È il caso di Chiara Petrolini, la giovane di 22 anni al centro di una vicenda avvenuta a Vignale di Traversetolo, in provincia di Parma.
Il 24 aprile è stata condannata in primo grado a 24 anni e 3 mesi per l’omicidio e l’occultamento del secondo figlio, nato nell’agosto 2024, mentre è stata assolta dall’accusa di omicidio per il primo neonato, partorito nel maggio 2023, per il quale resta il reato di occultamento di cadavere.


Una vicenda che ha scosso profondamente l’opinione pubblica e che, anche per la tesi sostenuta dalla difesa, porta a interrogarsi su una domanda delicata: è possibile arrivare al parto senza essere davvero consapevoli della gravidanza?
Ne abbiamo parlato con la criminologa Roberta Bruzzone.
Dottoressa Bruzzone, nel caso di Chiara Petrolini è corretto, dal punto di vista criminologico, parlare di negazione della gravidanza?
«No, assolutamente no. Richiamare la cosiddetta denial of pregnancy (negazione della gravidanza), come sta tentando di fare la difesa, è una strada impercorribile alla luce delle evidenze agli atti. Chiara Petrolini era perfettamente consapevole della gravidanza, sia per la prima che per la seconda. E proprio il fatto di riuscire a nascondere tutto, di mantenere il segreto e il controllo assoluto su qualcosa che nessun altro doveva sapere, le ha dato una sensazione di onnipotenza. La perizia descrive una personalità con tratti narcisistici, profondamente immatura e molto legata al controllo. Questo è perfettamente compatibile con un soggetto consapevole di essere incinta e anche del fatto che quel bambino non avrebbe avuto una reale possibilità di sopravvivere».
Che cos’è, allora, la negazione della gravidanza dal punto di vista psichiatrico?
«La denial of pregnancy è una condizione che si sviluppa solitamente in soggetti con fragilità psichiatriche importanti, che spesso non hanno neppure gli strumenti culturali per rendersi conto di ciò che sta accadendo. Parliamo di situazioni che si manifestano in contesti di marginalità, non certo in un soggetto come Chiara Petrolini. E non certo per due volte».
Qual è la differenza tra non sapere di essere incinta e saperlo ma rifiutarlo emotivamente?
«È una differenza enorme. Se io non so di essere incinta, posso mettere in atto una serie di comportamenti di vita apparentemente normali che possono anche compromettere la vita del feto, ma senza averne consapevolezza. Quando arriva il parto, la situazione precipita perché non sono minimamente preparata. Un conto è non essere consapevoli della gravidanza, un conto è viverla in maniera occulta, cioè nasconderla. Sono due cose completamente diverse».
È plausibile che nessuno, nemmeno il fidanzato, si sia accorto delle gravidanze?
«Sì, è assolutamente plausibile. Non se n’è accorto nessuno. Parliamo di un soggetto con caratteristiche psicologiche fortemente orientate all’apparire, perfettamente in linea con il modello sociale che voleva mostrare. La capacità di occultare gli aspetti di sé ritenuti non accettabili è perfettamente compatibile con quanto accaduto: riuscire a nascondere due gravidanze e, soprattutto nel secondo caso, avere già chiaro che quel bambino sarebbe morto e sarebbe stato occultato».
Colpisce anche il ritorno immediato alla vita normale dopo il parto…
«Questo dice molto sul fatto che, dal punto di vista psicologico, non c’è stato un investimento affettivo su quei bambini. Sicuramente non sul secondo. Le ricerche online, dal contenuto inequivoco, avvengono durante la gestazione. Questo dimostra che lei era perfettamente consapevole di essere incinta. Evocare la negazione della gravidanza non è compatibile con questi elementi».


Quanto pesano, in questo senso, le ricerche online?
«Pesano moltissimo. Parliamo di ricerche su parto in casa, su come indurlo, anche in vista di una partenza per gli Stati Uniti… La negazione della gravidanza implica che il soggetto scopra di essere incinta al momento del parto. Qui siamo di fronte a una persona lucida, che si documenta e pianifica. Sinceramente, evocare quella condizione mi sembra una tesi poco sostenibile».
Agli inquirenti ha detto di averli sepolti perché “li voleva tenere vicino”: che cosa rivela una frase del genere?
«Io do una lettura molto meno romantica. Credo che sia un’espressione legata a un bisogno di controllo molto radicato. Tenerli lì significava continuare a controllare quel segreto anche dopo. È parte di una strategia iper-controllante».
La perizia parla di immaturità emotiva. Che cosa significa, concretamente?
«L’immaturità non è un parametro giuridico. È chiaro che parliamo di una ragazza giovane, ma ha gli strumenti per comprendere il disvalore di ciò che ha fatto. Infatti, è stata giudicata pienamente capace di intendere e di volere. Se l’immaturità fosse stata tale da incidere davvero, la valutazione sarebbe stata diversa».
Che profilo emerge, quindi?
«Io vedo un soggetto con tratti narcisistici, con un forte bisogno di apparire perfetta secondo parametri esterni. Tutto ciò che non rientra in questo schema diventa sacrificabile. Anche un bambino».
Il fatto che siano due gli episodi cambia la lettura?
«Sì, molto. Dopo una prima gravidanza, una persona con strumenti culturali adeguati si mette nelle condizioni di evitare che accada di nuovo. Qui invece abbiamo una recidiva, uno schema comportamentale. Se continui a nascondere la gravidanza e sfidi il mondo con un segreto che solo tu possiedi, traendone una sensazione di onnipotenza, diventa difficile ricondurre tutto a immaturità».
Per concludere, perché la condanna riguarda solo il secondo figlio?
«Per una questione probatoria. I resti del primo bambino erano troppo compromessi per stabilire con certezza se fosse nato vivo. Questo non significa che sia andata diversamente, ma che non ci sono prove sufficienti per una condanna. Per il secondo caso, invece, la prova c’è».






