Lc 12,13-21 - Lunedì della XXIX Settimana del Tempo ordinario

Gesù nel Vangelo di oggi ci mette in guardia da una tentazione che attraversa il cuore di tutti: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni».

La cupidigia non è semplicemente il desiderio di possedere molte cose. È la convinzione che ciò che abbiamo possa metterci al sicuro dalla vita. Accumuliamo denaro, riconoscimenti, relazioni, come se bastasse circondarci di qualcosa per non avere più paura. Ma le cose possono renderci la vita più comoda, non possono darle un significato. Possono proteggerci da qualche bisogno, non possono salvarci dalla solitudine, dalla morte, dal vuoto che ci abita.

Il grande equivoco è pensare che il verbo “avere” possa sostituire il verbo “essere”. Eppure nessuno di noi vale per ciò che possiede. Il nostro valore precede ogni conquista e resiste a ogni perdita. Possiamo perdere tutto senza per questo smettere di essere qualcuno. Anzi, spesso è proprio quando non abbiamo più niente a cui aggrapparci che scopriamo chi siamo davvero.

In realtà, noi diventiamo veramente noi stessi quando impariamo a donare. Il dono è il contrario della cupidigia, perché mentre la cupidigia stringe le mani per trattenere, l'amore le apre per consegnare. Chi accumula vive con il timore che qualcosa finisca. Chi dona scopre che la vita cresce quando viene condivisa. Gesù non ci chiede di disprezzare i beni, ma di non trasformarli in un idolo.

Le cose sono buone quando servono la vita, diventano una prigione quando pretendiamo che siano esse a salvarla. Alla fine non ci sarà chiesto quanto siamo riusciti a conservare, ma quanto amore abbiamo avuto il coraggio di mettere in circolo. Perché la nostra vera ricchezza non è ciò che resta nelle nostre mani, ma ciò che attraverso le nostre mani è arrivato agli altri.