Se n’è andato in silenzio, mentre gli occhi del mondo erano puntati sul Policlinico Gemelli. Giuseppe Gervasio è morto nella sua Emilia la sera del 16 ottobre. In punta di piedi, come era solito fare chi considerava l'impegno un dovere e non un palcoscenico. Avvocato bolognese, presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana dal 1992 al 1998, aveva guidato l’associazione in un tornante tra i più delicati della storia repubblicana, quello che seguì a Tangentopoli e alla crisi dei partiti di ispirazione cristiana. E lo aveva fatto con uno stile che oggi appare quasi d’altri tempi: la prudenza unita al coraggio, la chiarezza senza l’arroganza di chi crede di avere sempre ragione.

La sua biografia racconta di un uomo dalle radici solide. Avvocato, docente di Diritto canonico, padre di sette figli, due dei quali adottati. Non un teorico della solidarietà, ma un padre che quella solidarietà la praticava dentro casa, prima ancora che nei documenti associativi. Era approdato alla presidenza nazionale nel 1992, nominato dal Consiglio episcopale permanente della Cei, dopo essere stato vicepresidente per il Settore Adulti. In un’intervista di quegli anni aveva messo subito in chiaro la bussola: «Per me si tratta di continuare un cammino già fatto e di approfondire alcuni temi nuovi». E spiegava che l’obiettivo era stimolare l’inculturazione della fede per generare una testimonianza credibile sui valori che discendono dalla visione cristiana della vita: la persona, la famiglia, la società.

Ma il suo principale assillo, diceva, era un altro: «Occorre creare un rapporto sempre più vitale dell'Azione Cattolica con la pastorale della Chiesa». Non un’associazione chiusa in se stessa, dunque, ma un corpo vivo che cammina dentro la Chiesa e dentro la storia. E la storia, in quegli anni, poneva domande scomode. Gervasio ne parlava senza nascondersi: la necessità di superare il diffuso disimpegno politico, la formazione come condizione imprescindibile per fare politica, la capacità di giudicare i fatti «criticamente ma costruttivamente».

Parole che risuonano con una forza particolare oggi, mentre si discute ancora di come i cattolici debbano abitare la cosa pubblica. Il suo stile, tuttavia, non era quello del polemista. Nel 1995, intervenendo a un’assemblea diocesana a Perugia, aveva messo in guardia dalla tentazione delle scomuniche reciproche tra cristiani impegnati in politica: «Oggi si richiedono tempi lunghi di maturazione del laicato, non scomuniche e intolleranze», aveva detto, aggiungendo che il pluralismo nel sociale non doveva generare divisioni sul piano culturale e pastorale del mondo cattolico. Una lezione di sobrietà che sembra scritta per i nostri giorni.

Il suo mandato lo aveva portato a incrociare i vertici delle istituzioni. Nel maggio del 1997 aveva accolto il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro allo Stadio Olimpico per l’incontro nazionale «Ponti e Arcobaleni».

Pochi mesi dopo, nell’ottobre dello stesso anno, era a fianco di Giovanni Paolo II nell’udienza ai ragazzi dell’Azione Cattolica, ricevendo il ringraziamento pubblico del Pontefice. Non erano onori personali, ma il riconoscimento di un’associazione che, sotto la sua guida, aveva cercato di tenere insieme fedeltà al Vangelo e presenza nel mondo.

L’Azione cattolica lo ricorda con un articolo emozionante di Antonio Martino che pubblichiamo integralmente. In quella redazione di Segno sette c’erano anche Vittorio Sammarco e poi Piero Pisarra, Vittoria Prisciandaro, Annachiara Valle, Marco Damilano, Francesca Paggio, Nicola Cerbino, Francesca Soccorsi, Gianni Di Santo, con il mitico grafico Mario Cenciarelli.

Per tutti noi Gervasio è stato quasi un padre, un uomo che ci ha incoraggiati a mettere il meglio nella nostra professione e nella nostra vita. Perché laicità significa anche questo: diventare responsabili e adulti in un mondo che ha bisogno di testimonianze prima che di parole.

di Antonio Martino

Devo molto a Giuseppe Gervasio, ieri nato al cielo nella sua amata Emilia. Sul mio contratto di praticantato e poi su quello da giornalista professionista c’è la sua firma. Ma Giuseppe è stato molto, molto altro, per me come per i tanti che hanno avuto la fortuna di incrociare i suoi passi. È stato una presenza importante, capace di accompagnare le persone e di lasciare loro lo spazio per crescere.

Uno di quelli che non si limitano a ricoprire un ruolo, ma finiscono per segnare, con il loro modo di essere, la vita di chi li incontra.

È stato presidente nazionale di Azione Cattolica dal 1992 al 1998, in anni a dir poco complessi. Per il Paese, ferito dalle bombe mafiose e attraversato dal traumatico passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica; per la Chiesa italiana, guidata dal cardinale Camillo Ruini, impegnata in una profonda trasformazione e riorganizzazione, anche attraverso il terzo Convegno ecclesiale di Palermo del 1995, Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia; per la stessa Azione Cattolica, che avvertiva come i segni dei tempi stessero cambiando e sceglieva di raccogliere quella sfida con slancio, coraggio e fiducia. Senza nostalgie, senza ripiegamenti, con la consapevolezza che essere laici nella Chiesa e nella società significasse assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Sempre «a schiena dritta» e «obbedienti in piedi».

Di quegli anni associativi con Giuseppe presidente conservo tanti ricordi bellissimi. Avevo trent’anni allora e da allora ne sono passati altrettanti: forse anche il tempo, con la sua capacità di restituire il senso delle cose, contribuisce a rendere certi ricordi ancora più preziosi. Come dimenticare, però, Ponti e Arcobaleni, nel 1997? L’abbraccio dell’Azione Cattolica al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, nello Stadio Olimpico di Roma, gremito all’inverosimile di giovani e giovanissimi. Una giornata straordinaria, non soltanto per la partecipazione e l’entusiasmo, ma per il significato di quell’incontro. Fu proprio in quell’occasione che Scalfaro spiegò perché portasse sempre con sé il distintivo dell’Azione Cattolica, legandolo alla propria formazione durante il fascismo: «Porto questo distintivo perché l’Azione Cattolica è il luogo dove mi hanno insegnato cos’è la libertà, e mi hanno anche insegnato che quando si deve battagliare per la libertà, prima si battaglia per la libertà degli altri e poi per la propria».

Ecco, Giuseppe Gervasio è stato anche questo, per tutta la sua vita. Un laico cattolico, un uomo di Chiesa e un cittadino, fedele alla Chiesa di Cristo e al Vangelo, ma anche strenuo difensore di quel pactum societatis che è la nostra Costituzione. La Costituzione nata dalle ceneri della Seconda guerra mondiale e dalla tragedia del fascismo, per rifondare lo Stato sulla dignità della persona, sulla libertà, sulla democrazia. Non un insieme di regole da custodire formalmente, ma un patto tra donne e uomini, un progetto di convivenza, una responsabilità da rinnovare ogni giorno. Giuseppe, avvocato stimato e decano del foro bolognese, ne aveva compreso profondamente il valore. E non smetteva di testimoniarlo, con la cultura giuridica, con l’impegno civile e con la coerenza della propria vita.

Amava citare spesso le parole di un altro grande presidente nazionale dell’Azione Cattolica, Vittorio Bachelet. Le sentiva evidentemente vicine, quasi fossero la prosecuzione naturale, fraterna e insieme filiale, di un modo di intendere l’associazione e, prima ancora, di vivere la propria appartenenza alla Chiesa. Un modus vivendi personale e comunitario, fatto di amicizia, di corresponsabilità, di servizio. Diceva Bachelet - citato da Giuseppe in un articolo su “SegnoPer” n. 1 del 2010, dal significativo titolo Un vincolo di comunione, dedicato all’unitarietà e diocesanità come condizioni essenziali perché l’Ac possa rispondere alla sua vocazione di servizio per tutti i fratelli -: «Che cosa è l’Azione Cattolica? Ne abbiamo parlato molto, ma mi pare che sia soprattutto una realtà di cristiani che si conoscono, che si vogliono bene, che lavorano assieme nel nome del Signore, che sono amici: è questa rete di uomini e donne che lavorano in tutte le diocesi, e di giovani, e di adulti, e di ragazzi e di fanciulli, che in tutta la Chiesa italiana con concordia, con uno spirito comune, senza troppe ormai sovrastrutture organizzative, ma veramente essendo sempre più un cuor solo e un’anima sola cercano di servire la Chiesa. E questa è la grande cosa. Perché noi serviamo l’Ac non perché ci interessa fare grande l’Ac, noi serviamo l’Ac perché ci interessa di rendere nella Chiesa il servizio che ci è stato chiesto per tutti i fratelli. E questa credo sia la cosa veramente importante».

Forse è proprio qui che si ritrovano Giuseppe, Vittorio e un pezzo importante della storia bella dell’Azione Cattolica. In quell’idea semplice e impegnativa che l’associazione non esiste per celebrare se stessa, ma per servire; che la vita associativa non si misura dai ruoli ricoperti o dalle strutture costruite, ma dalle relazioni che sa generare, dalle amicizie che custodisce, dal bene che riesce a mettere in circolo. E che, alla fine, ciò che resta davvero non sono gli incarichi, ma le persone e il bene che abbiamo saputo volerci.

Ciao Giuseppe! Grazie per quello che sei stato, per quello che ci hai insegnato e per la strada che abbiamo avuto la fortuna di fare insieme. E abbraccia Vittorio!