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Woman praying and free bird enjoying nature on sunset background, hope concept
Luca 2,22-40 - Presentazione del Signore – Festa
Oggi la liturgia ci fa fare memoria della Presentazione del Signore. Luca ci consegna una scena apparentemente semplice, quasi dimessa. Maria e Giuseppe entrano nel Tempio non da protagonisti ma da credenti, portando tra le braccia un bambino come tanti altri. Non fanno nulla di straordinario: obbediscono alla Legge, compiono un gesto previsto, si inseriscono in una tradizione che li precede. Eppure è proprio dentro questa normalità che Dio sceglie di rivelarsi.
La fede, sembra suggerire il Vangelo, non è cercare l’eccezionale ma riconoscere l’essenziale. Gesù viene presentato, cioè offerto, e questo gesto dice che l’amore vero non trattiene ma consegna. Un figlio non è mai un possesso, è una promessa affidata. Simeone e Anna rappresentano l’umanità che sa attendere senza rassegnazione. Non hanno smesso di sperare e per questo riescono a vedere. Simeone prende quel bambino e pronuncia parole che non nascono dall’entusiasmo ma dalla fedeltà: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo Israele».
La luce non fa rumore. E per noi cristiani la luce non è un’idea astratta, ha un volto concreto, fragile, che chiede di essere accolto. Ma accogliere questa luce significa anche accettare che l’amore non ci risparmia l’esperienza di sentirci vulnerabili a causa di esso. A Maria viene detto: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima». Chi ama davvero si espone. La fede, come l’amore non è una protezione dalla sofferenza ma un modo nuovo di viverla. Offrire, attendere, riconoscere, custodire: sono verbi silenziosi, ma dentro di essi passa la salvezza.



