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Lc 12,49-53 - Giovedì della XXIX Settimana del Tempo Ordinario
«Sono venuto a portare il fuoco sulla terra». Quanto è bella questa espressione di Gesù nella pagina del Vangelo di oggi! Siamo abituati a pensare al fuoco come a qualcosa che distrugge, ma il fuoco di cui parla il Vangelo è anzitutto ciò che restituisce calore a una vita diventata fredda. Gesù non è venuto a lasciarci tranquilli nelle nostre rassegnazioni, ma a risvegliare in noi il desiderio di vivere davvero.
Esiste infatti una pace che assomiglia alla morte: è quella di chi non desidera più nulla, non rischia più nulla, non ama più nessuno. E c'è invece l'inquietudine dei vivi, di chi sente bruciare dentro di sé una passione che non può essere ridotta al silenzio. Questo fuoco non è capriccio o egoismo, ma la forza di ciò per cui vale la pena spendere la propria esistenza. A volte saranno proprio le persone più vicine a volerlo spegnere: un padre, una madre, un figlio, un amico.
Magari lo faranno perfino in buona fede, pensando di proteggerci. Ma nessuno ha il diritto di chiederci di rinunciare a ciò che Dio ha acceso nel nostro cuore. Anche san Giovanni Paolo II ha testimoniato questa verità. Veniva da una Polonia segnata dall'oppressione del regime comunista, eppure proprio da quella terra è arrivato un successore di Pietro capace di ricordare al mondo che la fede non è una resa davanti alla storia. Il suo lungo pontificato è stato il segno di una Chiesa che, pur ferita, poteva ancora parlare, rialzarsi, accendere speranza.
Forse è proprio questo che Gesù ci domanda oggi: non di fare rumore, non di imporci agli altri, ma di non vivere spenti. E non basta sopravvivere: siamo chiamati a far fiorire ciò che siamo. Perché il contrario della fede non è il dubbio ma una vita che ha smesso di ardere. E il fuoco di Cristo non ci è dato per custodire la cenere, ma per illuminare qualcuno.





