Lc 11,42-46 - Mercoledì della XXVIII Settimana del Tempo Ordinario

Siamo diventati esperti di apparenza. Sappiamo mantenere la forma, salvare l’immagine, mostrare agli altri ciò che vorremmo pensassero di noi. Ma Gesù ci mette davanti a una verità scomoda: possiamo essere impeccabili esteriormente e trascurare proprio le cose che contano di più, «la giustizia e l’amore di Dio».

La giustizia, nel Vangelo, non è un concetto astratto. Significa riconoscere concretamente all’altro ciò che gli spetta. Significa trattare chi ci è accanto con rispetto, attenzione, cura, misericordia. Perché possiamo essere formalmente corretti e nello stesso tempo profondamente ingiusti. Possiamo dispensare sorrisi e avere la morte dentro. Possiamo usare parole educate e coltivare rancore. Possiamo compiere gesti religiosi e continuare a giudicare senza misericordia. Possiamo preoccuparci moltissimo di ciò che gli altri vedono e pochissimo di ciò che Dio vede.

Gesù vuole portarci precisamente lì, in quella parte nascosta di noi stessi dove nessuno può entrare se non Dio. È sotto il tappeto del cuore che accumuliamo tutto ciò che non vogliamo affrontare: risentimenti, gelosie, ferite, doppiezze, desideri sbagliati. Eppure la vera conversione comincia proprio da lì. Il cristianesimo non è un’operazione cosmetica sulla nostra immagine. Non lucida semplicemente i comportamenti, ma cerca di trasformare il cuore. Per questo non dovremmo domandarci soltanto se stiamo facendo le cose giuste. Dovremmo domandarci con quale cuore le stiamo facendo. Perché possiamo ingannare gli altri e qualche volta persino noi stessi, ma davanti a Dio rimane sempre visibile ciò che siamo veramente. La conversione comincia quando smettiamo di preoccuparci soltanto di apparire buoni e permettiamo finalmente a Cristo di renderci buoni nel segreto del cuore.