Lc 13,1-9 - Sabato della XXIX Settimana del Tempo Ordinario

Nella pagina del Vangelo di oggi due fatti di cronaca sconvolgono le persone che vanno da Gesù: alcuni Galilei uccisi da Pilato e diciotto persone morte sotto il crollo di una torre. Davanti a queste tragedie Gesù pronuncia parole che sembrano durissime: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Ma che cosa significa? Che Dio è pronto a punirci con altre disgrazie? Assolutamente no.

Gesù rifiuta proprio l'idea che chi soffre sia più colpevole degli altri. Piuttosto ci costringe a guardare una verità che preferiamo dimenticare: la nostra vita non è infinita. Prima o poi moriremo tutti, ma il problema non è soltanto morire. Il vero dramma sarebbe arrivare alla fine senza aver mai trasformato la nostra esistenza in qualcosa di buono per qualcuno.

Dovremmo avere il coraggio di domandarci: se morissi oggi, che cosa rimarrebbe di me nel cuore degli altri? Un gesto di amore, una parola che ha rialzato qualcuno, una ferita perdonata, un po’ di bene seminato senza pretendere nulla? Chi vive così non sfugge alla morte, ma le impedisce di avere l'ultima parola. Perché la morte può interrompere i nostri giorni, non può cancellare il bene che abbiamo donato.

Ed è qui che diventa singificativa la parabola del fico sterile. Il contadino chiede ancora un anno per zappare la terra e concimarla. È l'immagine della pazienza di Dio, che non si stanca di offrirci possibilità di cambiamento. Ogni giorno che ci viene dato non è semplicemente tempo da consumare, ma un'occasione per portare frutto.

La conversione non consiste nel vivere terrorizzati dalla fine, ma nel decidere finalmente di non sprecare il presente. Non domani, ma proprio oggi stesso. Dio non ci chiede di sapere quando moriremo. Ci chiede di cominciare oggi a vivere in modo che, quando accadrà, qualcosa del nostro amore continui a vivere.