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Gv 17,20-26 - San Cristoforo Magallanes, Presbitero e Compagni, Martiri – Memoria Facoltiva
«Perché tutti siano una sola cosa». Questa preghiera accorata che leggiamo nel Vangelo di oggi è la preghiera che Gesù rivolge al Padre. Ed è forse una delle parole più commoventi di tutto il Vangelo, perché ci mostra il desiderio più profondo del cuore di Cristo: l’unità. Chi ama desidera sempre l’unità. Lo comprendiamo bene anche nelle esperienze più umane. Quante volte un padre o una madre soffrono nel vedere i propri figli divisi, incapaci di parlarsi, feriti dalle incomprensioni o dall’orgoglio! Chi ama non sopporta la separazione.
er questo la preghiera di Gesù non è qualcosa di secondario. È il desiderio stesso del suo amore. Eppure noi cristiani, tante volte, abbiamo disatteso questa richiesta. Le divisioni, le contrapposizioni, le chiusure reciproche feriscono il volto della Chiesa e contraddicono il Vangelo che annunciamo. È anche per questo che il cammino ecumenico della Chiesa non nasce da una sensibilità semplicemente diplomatica o da una moda culturale, ma dalla fedeltà a questa preghiera di Cristo. È Gesù che ha desiderato che i suoi discepoli fossero uniti. Ma unità non significa uniformità. Non significa cancellare le differenze. Significa comunione. Significa imparare a riconoscersi parte dello stesso corpo pur nella diversità dei doni, delle sensibilità e delle storie.
La Trinità stessa è il modello di questa unità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono distinti, eppure perfettamente uno nell’amore. Il Vangelo di oggi ci invita allora a domandarci se siamo persone che costruiscono comunione oppure divisione. Perché ogni volta che scegliamo l’orgoglio, la rivalità o il giudizio, ci allontaniamo dal desiderio di Cristo. E ogni volta che costruiamo ponti, che custodiamo legami, che scegliamo la riconciliazione, rendiamo visibile nel mondo qualcosa dell’amore stesso di Dio.
Giovedì 21 maggio 2026 – (San Cristoforo Magallanes, Presbitero e Compagni, Martiri – Memoria Facoltiva)





