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«La liturgia tocca il cuore del mistero di Cristo. Essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita». Papa Leone, con accanto il patriarca Karekin II, catholicos di tutti gli armeni, nella catechesi generale spiega la Costituzione Sacrosanctum Concilium parlando della «liturgia nel mistero della Chiesa». Ricorda che questo è il primo documento promulgato dal Concilio Vaticano II e che, «elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo».
Come spiega il documento è nella liturgia che «si attua l’opera della nostra redenzione». Opera che, sottolinea il Pontefice, «fa di noi una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato». E aggiunge: «Come ha manifestato il triplice rinnovamento – biblico, patristico e liturgico – che ha attraversato la Chiesa nel corso del XX secolo, il Mistero in questione non designa una realtà oscura, ma il disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo, secondo l’affermazione di San Paolo». Il mistero cristiano è «l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita “nel suo Nome” siamo immersi in questo Mistero».
Cristo, che è principio della Chiesa, continua ad agire nella liturgia, «santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre. Esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, Lui che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell’Eucaristia. È così che, secondo Sant’Agostino, celebrando l’Eucaristia la Chiesa “riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve”: diventa il Corpo di Cristo, “dimora di Dio per mezzo dello Spirito”».
Papa Leone spiega ancora che «questa è “l’opera della nostra redenzione”, che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione».
Una comunione che, nella liturgia, si realizza «per mezzo dei riti e delle preghiere». La ritualità della Chiesa, dunque, esprime la sua fede «secondo il celebre detto lex orandi, lex credendi» e, al contempo, «plasma l’identità ecclesiale: la Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio, tutto questo rappresenta e dà forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo».
La liturgia, dunque, è al servizio del mistero di Cristo ed è per questo che è stata «definita “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia”». Naturalmente, sottolinea Leone «l’azione della Chiesa non si limita alla sola liturgia, tuttavia ogni sua attività (la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane) converge verso questo “culmine”».
La liturgia «sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione». La partecipazione dei fedeli alla liturgia, allora «è al tempo stesso “interiore” ed “esteriore”» perché è chiamata a non rimanere chiusa ma a «dispiegarsi concretamente lungo tutta la vita quotidiana, in una dinamica etica e spirituale, cosicché la liturgia celebrata si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione: è in questo modo che la nostra vita diventa “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”, realizzando il nostro “culto spirituale”».
È così che la liturgia edifica chi è nella Chiesa e «forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo. Come diceva Papa Francesco, “il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono stati invitati al banchetto di nozze dell’Agnello”».
L’invito finale è a lasciarsi «plasmare interiormente dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo nella liturgia».





