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Gv 20,11-18 - Martedì fra l’Ottava di Pasqua
C’è un effetto profondo che il dolore può produrre nella nostra vita: può renderci ciechi. La sofferenza, quando è grande, può impedirci di vedere con lucidità ciò che abbiamo davanti.
È proprio questa l’esperienza di Maria di Magdala nel Vangelo di oggi. Maria vede Gesù, gli parla, gli rivolge domande, eppure non lo riconosce. Lo scambia per il giardiniere. Il dolore le offusca lo sguardo. Non è assenza di Gesù, ma incapacità di riconoscerlo.
Eppure è proprio dentro questa esperienza di smarrimento che il Risorto si fa strada. Gesù non si impone con un segno clamoroso, ma compie un gesto semplice e decisivo: la chiama per nome. «Maria!». È un passaggio fondamentale. Come se volesse dire che, anche quando il dolore ci disorienta, anche quando non riusciamo più a capire, noi restiamo conosciuti, chiamati, custoditi.
Il dolore può confonderci, ma non cancella la nostra identità. Anzi, a volte proprio dentro la prova possiamo riscoprire chi siamo davvero. Cadono le maschere, si sgretolano le illusioni, e resta ciò che è essenziale. Il dolore, pur nella sua durezza, può diventare un luogo di verità. La Pasqua, allora, è anche questo: sapere che dentro la nostra disperazione c’è qualcuno che ci cerca e ci chiama. Non ci lascia soli nel buio, ma entra proprio lì, dove non riusciamo più a vedere. E quando Maria si sente chiamare per nome, finalmente riconosce. E da quel momento la sua vita cambia: «Ho visto il Signore!». Ed è così che alcuni dolori che sembravano la fine erano invece l'inizio di qualcos'altro.





