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Mt 12,38-42 - Lunedì della XVI Settimana del Tempo Ordinario
«Maestro, da te vogliamo vedere un segno». Quante volte la richiesta degli scribi e dei farisei, che leggiamo nel Vangelo di oggi, coincide con la nostra? Anche noi molto spesso chiediamo a Dio un segno, una prova, qualcosa di evidente che ci permetta finalmente di fidarci di Lui. Ma la continua ricerca di segni può nascondere proprio una mancanza di fiducia. Vogliamo prima vedere e poi credere. Vogliamo avere garanzie prima di affidarci. Eppure la cosa peggiore che possa accadere in una relazione d'amore è vivere continuamente chiedendo prove. Nessun amore può sopravvivere se deve dimostrare in ogni istante di essere vero.
Questo non significa che Dio non ci dia segni. Al contrario, la nostra vita ne è disseminata. Il problema è che molto spesso cerchiamo soltanto quelli straordinari, quelli capaci di emozionarci o di imporsi con evidenza ai nostri occhi. Vorremmo una risposta clamorosa, un miracolo inequivocabile, qualcosa che elimini ogni dubbio. E così rischiamo di non accorgerci dei piccoli segni attraverso cui Dio ci accompagna ogni giorno. Una parola arrivata nel momento giusto, una persona incontrata quando ne avevamo bisogno, una forza che non pensavamo di avere, una porta che si apre, una consolazione inattesa. Sono piccoli dettagli che forse altri, al nostro posto, saprebbero riconoscere e custodire.
Noi invece rischiamo di considerarli coincidenze e di continuare a chiedere qualcosa di più grande. Gesù dice che a quella generazione non sarà dato altro segno se non il segno di Giona. In fondo ci sta ricordando che il segno decisivo ci è già stato dato: la sua morte e risurrezione. Dio non deve continuamente dimostrarci di amarci. Lo ha già fatto consegnando se stesso per noi.






