Nelle piazze di Gerusalemme, accanto agli anziani che si appoggiano ai loro bastoni, stuoli di ragazzi e ragazze stanno giocando insieme. È il profeta Zaccaria (8,4-5) a rappresentare questo idillio, che purtroppo rimane anche oggi relegato nel lontano orizzonte degli ideali. Forse più possibile è la scena che il Salmista immagina per la liturgia: «I giovani e le ragazze, i vecchi insieme ai bambini lodino il nome del Signore, perché solo il suo nome e sublime» (148,12-13).

Purtroppo più realistico, anche ai nostri giorni che vedono bambini guerrieri o affamati o abusati o schiavizzati nel lavoro, è il grido delle Lamentazioni bibliche: «Alza verso il Signore le mani per la vita dei tuoi bambini, che muoiono di fame agli angoli delle strade… La lingua del lattante si è attaccata al palato per la sete, i bambini chiedevano pane e non c’era chi lo spezzasse loro» (2,19; 4,4). Anzi, il profeta Osea ricorda che nella brutalità della guerra «saranno sfracellati i bambini e sventrate le donne incinte» (14,1).

La Parola di Dio ci invita, dunque, a entrare nelle strade della storia ove risuonano i canti di gioia ma si levano anche le urla delle vittime che spesso sono i piccoli. A loro dedichiamo questo breve ritratto – sperando di completarlo in qualche altra occasione – perché nell’attuale fine settimana si celebra il Giubileo dei bambini. Evocheremo solo qualche quadro biblico che ha per protagonisti i neonati. Il patriarca Giacobbe è innamorato di sua moglie Rachele che, dopo un lungo periodo di sterilità, riceve il dono della fecondità, generando i due figli prediletti dal padre, Giuseppe e Beniamino.

Quest’ultimo, però, viene alla luce mentre la madre muore partorendolo. In un ultimo soffio di vita, Rachele gli impone il nome Ben-‘onî, «figlio della mia doglia». Ma il padre Giacobbe trasformerà quel nome in Benyamîn, «figlio della destra», cioè della fortuna e della speranza (Genesi 35,16-20).

A commento, lasciamo la parola a Gesù nel Cenacolo, nell’ultima sera della sua vita terrena: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora. Ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Giovanni 16,21).

Pensiamo, però, ai nati abbandonati talora ai bordi di una strada e salvati da un passante che ne ode il vagito. Una situazione analoga è stata vissuta dal piccolo Mosè, durante il brutale controllo delle nascite di bambini ebrei imposto dal faraone: «Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà » (Esodo 1,22). La vicenda che riguarda la futura guida del popolo ebraico nell’esodo dall’Egitto è ben nota. Deposto da sua madre, che l’ha partorito di nascosto, in una cesta di papiro spalmata di pece e bitume lungo il Nilo, sarà recuperato e adottato dalla figlia del faraone, venuta a fare il bagno nel fiume: «Essa aprì il cestello e vide il bambino che piangeva e ne ebbe compassione » (Esodo 2,6).

Tante altre figure di neonati e di bambini si affacciano nelle Sacre Scritture, fino al bambino simbolico stretto a sua madre, cantato dal Salmo 130. E poi si aprirà il Nuovo Testamento con un Bambino speciale. Lui e altri piccoli avremo occasione di metterli in futuro sulla ribalta delle nostre riflessioni.