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Il desiderio di un figlio è un’aspirazione profondamente umana, ma è anche l’idea di poter sfidare il tempo con una presenza viva oltre la propria morte. Questo vale in particolare quando non si ha fede in un oltrevita e, per un certo periodo, nell’Israele biblico la convinzione di una sopravvivenza trascendente era segnata da incertezze.
Così, la sterilità diventava un dramma femminile: la donna che non generava era considerata come un albero secco e la sua era un’esistenza monca. È ciò che accade ad Anna, moglie di un tale Elqana, alla quale «il Signore aveva reso sterile il grembo». Il racconto della sua vicenda è nei cc. 1-2 del Primo Libro di Samuele. In un contesto poligamico, questa donna era poi umiliata dall’altra moglie di Elqana, Peninna, feconda e orgogliosa dei suoi figli. Prima di rievocare lo sbocco di questa storia, vorremmo sottolineare un aspetto particolare.
Anna è l’immagine dell’amarezza e della solitudine. Eppure ha accanto – cosa tutt’altro che scontata anche oggi – la tenerezza premurosa del marito che le dice: «Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?» (1,8). È sorprendente questa finezza, tipica di un marito innamorato che cerca di esprimere i suoi sentimenti anche di fronte a una donna depressa, smagrita, devastata interiormente. Già questa è una lezione esemplare per le relazioni di coppia. La vicenda approderà a un esito positivo a opera della grazia divina, invocata attraverso la preghiera sincera, intensa, appassionata di Anna. Costei, nel santuario di Silo, «pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva» (1,13).
Secondo la prassi vigente, l’orazione doveva essere esplicita e udibile. Perciò il sacerdote la attacca con violenza ritenendola una donna ubriaca (si era nel periodo della vendemmia che comprendeva una festa autunnale). La risposta di Anna è bellissima perché definisce la preghiera della per- sona disperata: «Io sono una donna affranta che non ha bevuto vino o altra bevanda inebriante: sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore» (1,15). Abbiamo, così, la rappresentazione della spiritualità più profonda che apre totalmente il cuore a Dio.
Tanti genitori, davanti ai problemi familiari più gravi, dovrebbero avere il coraggio di Anna, “sfogandosi” nella preghiera davanti al Signore. La finale della vicenda è luminosa. Dio donerà a questa donna la consolazione di un figlio. Sarà un figlio straordinario, il primo dei profeti, Samuele, figura integerrima e decisiva nella storia del popolo ebraico. Anna paradossalmente saprà rinunciare a lui, consacrandolo a Colui che glielo aveva donato, il Signore.
I suoi sentimenti di gioia sono ancora una volta affidati alla preghiera che si esprime in un celebre inno (2,1-10) che ispirerà a Maria, la madre di Gesù, il suo Magnificat. La preghiera, quindi, come sostegno nelle prove familiari e come ringraziamento nei momenti felici.
Così, la sterilità diventava un dramma femminile: la donna che non generava era considerata come un albero secco e la sua era un’esistenza monca. È ciò che accade ad Anna, moglie di un tale Elqana, alla quale «il Signore aveva reso sterile il grembo». Il racconto della sua vicenda è nei cc. 1-2 del Primo Libro di Samuele. In un contesto poligamico, questa donna era poi umiliata dall’altra moglie di Elqana, Peninna, feconda e orgogliosa dei suoi figli. Prima di rievocare lo sbocco di questa storia, vorremmo sottolineare un aspetto particolare.
Anna è l’immagine dell’amarezza e della solitudine. Eppure ha accanto – cosa tutt’altro che scontata anche oggi – la tenerezza premurosa del marito che le dice: «Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?» (1,8). È sorprendente questa finezza, tipica di un marito innamorato che cerca di esprimere i suoi sentimenti anche di fronte a una donna depressa, smagrita, devastata interiormente. Già questa è una lezione esemplare per le relazioni di coppia. La vicenda approderà a un esito positivo a opera della grazia divina, invocata attraverso la preghiera sincera, intensa, appassionata di Anna. Costei, nel santuario di Silo, «pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva» (1,13).
Secondo la prassi vigente, l’orazione doveva essere esplicita e udibile. Perciò il sacerdote la attacca con violenza ritenendola una donna ubriaca (si era nel periodo della vendemmia che comprendeva una festa autunnale). La risposta di Anna è bellissima perché definisce la preghiera della per- sona disperata: «Io sono una donna affranta che non ha bevuto vino o altra bevanda inebriante: sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore» (1,15). Abbiamo, così, la rappresentazione della spiritualità più profonda che apre totalmente il cuore a Dio.
Tanti genitori, davanti ai problemi familiari più gravi, dovrebbero avere il coraggio di Anna, “sfogandosi” nella preghiera davanti al Signore. La finale della vicenda è luminosa. Dio donerà a questa donna la consolazione di un figlio. Sarà un figlio straordinario, il primo dei profeti, Samuele, figura integerrima e decisiva nella storia del popolo ebraico. Anna paradossalmente saprà rinunciare a lui, consacrandolo a Colui che glielo aveva donato, il Signore.
I suoi sentimenti di gioia sono ancora una volta affidati alla preghiera che si esprime in un celebre inno (2,1-10) che ispirerà a Maria, la madre di Gesù, il suo Magnificat. La preghiera, quindi, come sostegno nelle prove familiari e come ringraziamento nei momenti felici.



