Per tutto questo mese i colloqui di Gesù vedranno come interlocutore l’apostolo Pietro, celebrato liturgicamente il 29 giugno. Questa volta saliremo al piano superiore di una casa ove si apre «una grande sala, arredata e già pronta» per la cena pasquale (Marco 14,15). È il Cenacolo, che reca ora i segni di un edificio crociato trasformato in passato in moschea e ora di pertinenza dello Stato ebraico a causa di una sottostante (falsa) tomba del re Davide e di una scuola rabbinica.
È Giovanni nel suo Vangelo, in apertura ai discorsi-testamento che Gesù tiene ai suoi discepoli nell’ultima sera della sua vita terrena, a stendere quasi la sceneggiatura di quel dialogo tra Cristo e Pietro. L’occasione è offerta dal gesto sconcertante della lavanda dei piedi, un atto di umiliazione profonda vietato persino allo schiavo ebreo, ma permesso solo a quello straniero. Un gesto, però, possibile a chi ama l’altro in modo totale, come suggerisce un’innamorata del re Davide, Abigail: «Ecco, la tua schiava diventerà una serva per lavare i piedi dei servi del mio signore» (1Samuele 25,41).
Parlavamo quasi di sceneggiatura del confronto tra Cristo e l’apostolo. Ecco le varie battute. Pietro: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, lo capirai dopo». Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti!».
Le reazioni dell’apostolo sono comprensibili secondo i canoni del suo carattere spesso impulsivo, come quando in quella stessa sala spergiurerà di non tradire mai il suo Maestro, anche se tutti gli altri lo dovessero fare (Matteo 26,33-35). Nel dialogo sopra citato sorprende un po’ la frase finale di Gesù. È chiaro che, innanzitutto, egli alluda a Giuda che entrerà in scena quando tutti saranno a mensa. Ma c’è di più. Pietro aveva scambiato quel gesto di Gesù come un rito di purificazione, mentre Cristo rimandava a un atto d’amore che stabiliva una comunione con lui («Se non ti laverò, non avrai parte con me»).
Si potrà pure compiere un qualsiasi gesto rituale di purificazione ai piedi, come si era soliti fare prima di accedere al culto. Ma la purezza completa è quella della coscienza e della vita: essa si ottiene da Cristo attraverso il suo sacrificio, simboleggiato nella lavanda dei piedi come atto di donazione e amore. È ciò che ribadirà poco dopo: «Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciato» (15,2).
È, quindi, l’invito non tanto a un rito esteriore che ha per oggetto una purità cultuale (i piedi), ma a lasciarci liberare da ogni male attraverso l’atto di amore supremo del sacrificio di Cristo, rappresentato simbolicamente dal gesto di quella sera. Come si legge nella Lettera agli Ebrei: «Accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura» (10,22).




