Sono salito tante volte – come molti pellegrini – in auto o a piedi sul Tabor, un colle di poco più di 580 metri che domina la pianura di Galilea. E sono entrato nella basilica a tre navate eretta secondo un confuso stile romanico-siriaco nel 1919-24 dall’architetto romano Antonio Barluzzi. Lassù la tradizione ha collocato la Trasfigurazione di Cristo che celebriamo il 6 agosto. Come in un’apparizione pasquale anticipata, Cristo, avvolto in un’aureola di luce e circondato da Mosè (la Legge) ed Elia (i Profeti), è proclamato dalla voce celeste del Padre «il Figlio mio, l’amato».

Noi, però, seguendo la ricerca degli incontri di Gesù, scendiamo con lui da quella vetta e assistiamo a un evento piuttosto clamoroso che si consuma ai piedi del monte. Scegliamo tra le tre redazioni dei Vangeli sinottici quella di Marco (9,14-29). Al centro c’è un padre disperato che presenta a Cristo il suo caso, dopo averlo invano affidato ai suoi discepoli: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque l’afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce».

La prima reazione di Gesù è dura perché sospetta che la piccola folla sia incredula sulla sua capacità liberatrice. Poi chiede di condurgli il ragazzo che è subito colpito da convulsioni, cade a terra e si rotola schiumando. È evidente la sindrome dell’epilessia che la concezione di allora vedeva come frutto della possessione di «uno spirito muto e sordo».

Inizia il dialogo a più battute tra Cristo e il padre che noi riassumiamo. Gesù si interessa sulla durata di questa situazione: Il padre la riconduce all’infanzia e ne segnala l’orrore perché, in una forma di autolesionismo, il giovane talora si gettava nel fuoco o nell’acqua. L’unica speranza è nel Maestro: «Se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci!».

La replica di Gesù è aspra e liberatoria al tempo stesso: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede!». Il padre del fanciullo allora si aggrappa a quest’ultima speranza: «Credo; aiuta la mia incredulità!». Cristo lancia l’ordine allo «spirito muto e sordo» di uscire da quel corpo martoriato che ha un ultimo scotimento prima di cadere a terra come morto. «Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi».

Proponiamo ora ai nostri lettori di trasferirsi idealmente dal Tabor nella Pinacoteca vaticana e di fermarsi davanti alla tavola che Raffaello dedicò alla Trasfigurazione tra il 1518 e il 1520, l’anno della sua morte a 37 anni. Il dipinto ha, certo, in alto la scena della Trasfigurazione, ma è dominato dalla vicenda dell’epilettico, il cui corpo è in torsione e gli occhi sbarrati e stravolti. Attorno alcune mani della folla si levano verso l’alto, ma il ragazzo con le sue braccia – il destro teso verso il Cristo trasfigurato e il sinistro rivolto a terra – crea una sorta di croce a cui la malattia lo inchioda e da cui risorgerà. Questa tavola fu posta a capo della salma di Raffaello durante i suoi funerali.