Le persone con cui Gesù dialoga maggiormente sono i sofferenti di ogni genere. Ce lo dice la stessa statistica. Se, ad esempio, selezioniamo il solo ministero pubblico di Gesù secondo il Vangelo di Marco, la proporzione dei miracoli di guarigione è del 47% rispetto a tutto il racconto (209 versetti su 425). Per questo, a più riprese, in questa nostra rubrica metteremo in scena interlocutori di Gesù segnati da malattie varie. Iniziamo questa volta con un morbo particolarmente temuto e detestato nell’antico Vicino Oriente, la lebbra.
Assumiamo come modello il racconto di Marco (1,40-45), che ha offerto lo stampo a un romanzo dello scrittore francese François Mauriac dal titolo emblematico Il bacio al lebbroso (1922). Anni prima, nel 1912, un altro importante autore, Paul Claudel, nel suo dramma L’annuncio a Maria introduceva Violaine che, baciando un lebbroso, ne rimaneva infettata ma diveniva per grazia guaritrice di lebbrosi. Questa sindrome era ritenuta, a torto, la più infettiva e quindi destinata a votare il paziente all’isolamento dalla società.
A questo si aggiungeva anche un’impietosa prassi religiosa che faceva ritenere il lebbroso un peccatore grave e quindi – proprio per l’esito fisico dell’affezione – da scomunicare. Era la cosiddetta “tesi” della retribuzione per cui a un delitto grave doveva corrispondere un castigo altrettanto duro. I lebbrosi erano, così, costretti a vivere in ghetti o in immondezzai come Giobbe e – secondo la Legge biblica – erano obbligati a segnalare la loro presenza appena si profilasse sulla loro strada un cittadino sano: «Il lebbroso indosserà vesti stracciate, avrà il capo scoperto e la barba velata e girerà gridando: «“Immondo, immondo!” rimanendo fuori dall’abitato» (Levitico 13,45-46).
Gesù, invece, non esita a violare la Legge, non fugge via ma avanza verso il malato di lebbra e stabilisce un dialogo con lui che lo implora: «Se vuoi, puoi purificarmi!». E il Cristo: «Lo voglio, sii purificato!». Subito compie un gesto proibito e provocatorio: «Ne ebbe compassione, stese la mano, lo toccò», facendo sparire la lebbra. Egli nell’incontro col lebbroso non si preoccupa né dell’infezione né della scomunica, abolisce tutti i tabù della casistica etico-giuridica di allora e rivela il primato su tutto dell’amore e della condivisione. Non solo non lo condanna ma – come nota l’evangelista – «si commuove profondamente» per lui.
In finale, quasi con una punta di ironia, Cristo spedisce il lebbroso guarito all’anagrafe sacerdotale perché gli sia rilasciata l’attestazione ufficiale di guarigione e, così, sia riammesso nella società civile e religiosa. Curioso è anche quello che è stato chiamato il “segreto messianico”, tipico del Gesù di Marco, per cui egli agisce in silenzio e senza pubblicità: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Il miracolato, però, «si mise a proclamare e a divulgare il fatto», così da costringere Gesù al ritiro in luoghi deserti a causa della folla.




