Le parole dure di Gesù”, “Le parole violente sulla bocca di Gesù”, “Le parole shock di Gesù”, “I detti hard di Gesù”, “Le parole scandalose di Cristo” e così via: sono altrettanti titoli di libri in varie lingue dedicati a frasi a prima vista sconcertanti pronunciate da Gesù. Se è lecita un’attestazione personale, io stesso nel 2015 ho pubblicato un’intera raccolta delle Pietre d’inciampo del Vangelo, alludendo al significato letterale del termine greco skándalon, che rimanda a un sasso che fa inciampare e cadere lungo la strada.

È il caso del dialogo che ora presentiamo, descritto solo da Matteo (15,21-28) e Marco (7,24-30): per il primo, protagonista è una donna siro-fenicia; per l’altro, una cananea. Ci si riferisce a un’area di frontiera dell’attuale Libano con una popolazione autoctona straniera rispetto a Israele. Questa indigena s’aggrappa a Gesù e alla sua fama di guaritore, implorando un suo intervento per la figlia malata. Cristo semplicemente la ignora: «Non le rivolse neppure una parola».

All’intercessione dei discepoli, che vogliono liberarsi da questa importuna, egli reagisce con un gelido: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele», ribadendo il primato del suo impegno missionario, sulla scia dell’elezione del popolo ebraico secondo la Bibbia. Questa freddezza, pur motivata, non scoraggia la donna che gli urla: «Signore, aiutami!». E qui scatta sulle labbra di Gesù proprio una di quelle frasi scandalose.

In modo sferzante egli replica con uno stereotipo popolare giudaico nei confronti degli stranieri: «Ai cani non si dà il pane destinato agli esseri umani!». È vero che nel testo evangelico viene adottato il diminutivo «cagnolini», ma è evidente l’appellativo “cani” riservato agli infedeli, cioè i pagani a causa della loro impurità rituale. Il cuore di una madre ignora ogni offesa quando c’è di mezzo una figlia da salvare e replica: «Eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

A questo punto potremmo dire che Cristo è educato e trasformato dalla lezione di fede di quella madre, tant’è vero che la ricambia con una lode: «Donna, grande è la tua fede!». E apre il suo cuore alla speranza, anzi, alla certezza: «Avvenga per te come desideri! E da quell’istante sua figlia fu guarita». Appare, così, da un lato, l’umanità di Gesù, incarnato in un popolo e in una cultura concreta; ma d’altro lato si intuisce anche una svolta che egli quasi apprende da una donna pagana.

Certo, nella storia della salvezza il percorso parte dall’elezione di Israele: essa, però, non è un privilegio nazionalistico, ma una missione, come riconosce lo stesso Paolo (Romani 9-11), pur severo col suo popolo e aperto ai pagani. Dio entra in dialogo inizialmente con l’umanità attraverso Israele. Per questo Gesù affida ai suoi discepoli innanzitutto di «andare alle pecore perdute della casa di Israele». La meta da raggiungere, però, è universale come il Risorto indicherà agli apostoli: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Matteo 28,19).