Poco lontano dalle pendici orientali del monte degli Ulivi, a quasi 3 km da Gerusalemme sorge il villaggio di Betania (in ebraico “casa dei poveri” o forse “casa di Anania”). È qui che Gesù trovava ospitalità quando veniva a Gerusalemme in pellegrinaggio; ad accoglierlo era una famiglia composta da due sorelle, Marta e Maria, e un fratello, Lazzaro. È curioso che oggi in arabo il toponimo del villaggio sia el-Azarieh, evocazione proprio del nome “Lazzaro”, come avveniva nel latino medievale, Lazarium.

Alle soglie della memoria liturgica di Marta – il prossimo 29 luglio – abbiamo inserito nella nostra serie degli incontri femminili di Gesù proprio questa donna, il cui nome in aramaico significa “signora di casa”, “padrona”. La scena, divenuta famosa anche nella storia dell’arte, è narrata da Luca (10,38-42), ed è dominata proprio da lei, Marta, con la sua operosità di “padrona di casa”, come ricorderà anche l’evangelista Giovanni (12,2).

Tutti sanno la sua piccata reazione nei confronti della sorella Maria, indirizzata a Gesù: «Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti!». Da donna pratica, affaccendata nei preparativi di un buon pranzo secondo i canoni dell’ospitalità orientale, è stizzita per il fatto che Maria se ne stia tranquilla, «seduta ai piedi del Signore ascoltando la sua parola».

La replica di Gesù è altrettanto netta: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». È necessaria, però, una puntualizzazione per evitare l’applicazione tradizionale che ha visto nell’atteggiamento delle due figure femminili il contrasto tra la vita contemplativa (Maria) e la vita attiva (Marta) con la prevalenza della prima a discapito della seconda (ma Gesù non era forse anche lui un “attivo”?).

In verità, questo dialogo vuole rappresentare in Maria il modello della discepola che, in qualsiasi contesto, tiene aperto un canale di ascolto della Parola di Dio, tenendo fissa la realtà necessaria e fondamentale. Marta, invece, è tutta presa dalle tante faccende e dall’esteriorità che l’assorbe completamente. Non è, dunque, il lavoro in sé che allontana da Dio e dallo spirito ma è l’alienazione in esso, l’esserne catturati senza più un’apertura – anche solo implicita – verso Dio e la dimensione spirituale.

Nel Vangelo di Giovanni (11,17-27) ci si imbatte in un altro dialogo tra Cristo e Marta, ma con una sorpresa. L’atmosfera è quella luttuosa della morte del fratello Lazzaro. Il realismo della donna affiora sempre: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Ma subito dopo si apre a una dichiarazione di fiducia: «So, però, che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». E, allora, facendo seguito a un’affermazione potente di Gesù: «Io sono la resurrezione e la vita…», Marta pronuncerà una mirabile professione di fede: «Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che deve venire nel mondo».