È in assoluto la prima volta che Gesù parla nei Vangeli e lo fa imbarazzando noi tutti, ma innanzitutto i suoi interlocutori che sono la stessa madre Maria e il suo sposo Giuseppe. La vicenda ci è narrata da Luca (2,41-52) e ai nostri occhi Gesù è solo un ragazzo dodicenne, con un apparente venatura di ribellione. Come è noto, sfugge al controllo dei genitori pellegrini a Gerusalemme e rimane in città, anzi, nel cuore stesso della tradizione di Israele, il tempio, pronto a sfidare persino la classe sacerdotale più qualificata.

In realtà, quell’età, – come accade oggi per l’ebreo a 13 anni – allora segnava forse il passaggio allo status di adulto, con l’atto denominato bar mitzvah, letteralmente «figlio del precetto», che scandiva l’obbligo dell’osservanza della Legge. Luca ha saputo ricostruire con sapienza le emozioni che fanno parte, spesso in modo ben più drammatico, dell’esperienza di molti genitori attuali che vedono il loro figlio lasciare la casa senza avviso (chi non ricorda la fuga dalla famiglia del cosiddetto “figlio prodigo” nella parabola dello stesso evangelista?).

Una volta ritrovato il figlio, Maria apre il dialogo esprimendo la pena e il tormento di una madre: «Figlio, perché ci hai fatto questo?». C’è una tonalità di rimprovero che continua con l’evocazione dell’agitato percorso fisico e interiore di ricerca e di paura: «Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo!». La riposta di Gesù è piuttosto aspra: «Perché mi cercavate?». È a questo punto che egli adduce una giustificazione sorprendente, espressa con una frase oggetto di almeno due interpretazioni diverse dell’originale greco.

Afferma Gesù: «Non sapevate che è necessario che io sia en tois tou patrós mou?», letteralmente impegnato «nelle cose del Padre mio». Per alcuni si tratterebbe di un rimando al luogo sacro in cui egli era: «Devo stare nella casa del Padre mio».

Più probabile, invece, che – ormai maggiorenne – egli si riferisca al suo compito di attuare il progetto che il Padre celeste ha su di lui, diverso da quello che poteva ipotizzare Giuseppe, il suo padre legale. Chi ci legge con costanza ricorderà che nella scorsa puntata ci siamo riferiti al valore del vocabolo italiano “incontro” per descrivere un dialogo tra persone.

Dicevamo che esso comprende la preposizione “in” che indica un rivolgersi verso l’altro nella vicinanza. È ciò che alla fine farà lo stesso Gesù: «Scese con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso». C’è, però, anche l’avverbio “contro” che definisce una distanza perché ogni persona ha una sua autonomia, una storia e un’identità propria. Sono appunto le parole di Gesù appena citate ed è significativo che Luca aggiunga: «Essi (Maria e Giuseppe) non compresero ciò che aveva detto loro». Tuttavia c’è una nota finale, frutto ultimo del primo dialogo di Gesù, e riguarda Maria: «Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore».