Nella profezia si legge che Dio è salvatore, redentore, colui che è talmente potente da salvare. Ciò che il profeta ha l’audacia di affermare è che questo si «saprà». È importante spiegare che questo verbo, che può essere anche tradotto con conoscere, ha una sfumatura spesso resa con «fare esperienza». Non si tratta solo di una conoscenza solo, o per lo più, intellettuale, bensì di qualcosa di concreto che accade e che dona a chi lo accoglie una convinzione forte e intima: so che il Signore è il mio salvatore e redentore solo se faccio in qualche modo, cioè anticipatamente, esperienza di essere salvato.

Tuttavia, chi può fare davvero questa esperienza se non coloro che si credevano sul punto di essere perduti? Il buio di questa paura viene illuminato dalla luce di Dio. La pace e la giustizia attese vengono anticipate da questi sprazzi di luce. E possiamo sapere che vengono da Dio perché senza la sua iniziativa o quella di qualcuno dei suoi, non avremmo potuto toglierci dai guai da soli. Fare esperienza di essere salvati, sapere che Dio salva, è la condizione che ci abilita all’annuncio della salvezza per questa nostra povera storia, che ci permette di accogliere l’invito di essere per tutti segno della gloria divina, ovvero manifestazione del suo amore. Il popolo di Dio è il popolo dei giusti, di chi custodisce, testimonia e cerca di fare la giustizia di Dio: che altro non è che la sua salvezza, il riscatto dalla prepotenza della morte, e infine la sconfitta della morte stessa.

Per questo motivo san Paolo scrivendo ai Corinzi ricorda che senza la fede nella risurrezione il loro cristianesimo è vano, vuoto, inutile. La fede nella risurrezione, peraltro, impossibile senza averne l’intima convinzione, cioè senza averne fatto in qualche modo esperienza. Esperienza prima di tutto che Gesù è il risorto, poiché lo abbiamo incontrato nella nostra vita vivo e presente. Ma proprio grazie a questo, esperienza di essere anche noi rinati, vivi di una vita fondata sull’amore fedele del Dio vivente che vuole nel suo Figlio condividere con tutti noi la sua stessa vita. Solo a questo punto l’amore diventa possibile, il dono di sé non è più una perdita irreparabile, perché la paura della morte viene sconfitta. Questo vuol dire che il Regno è già qui, in mezzo a noi, nella storia; sebbene attenda ancora il suo pieno compimento, può già essere saputo, sperimentato, vissuto e donato.

Se questa era da sempre l’opera del Padre, il Figlio la continua e la porta a pienezza di rivelazione con la sua esistenza, la sua parola, le sue opere. Tutto ciò rivela che in Dio non c’è altro desiderio che amore e vita per tutti i suoi figli. Quello che stupisce è che tale amore non può subire limiti. Solo chi lo rifiuta si consegna alla morte. Eppure, ecco che leggiamo come forse, anche in quel caso, non tutto è perduto. Il «Padre che risuscita i morti e dà la vita» è quello stesso di cui si dice subito dopo che «non giudica nessuno». Il giudizio sul peccato bisogna accettarlo, però forse si può sperare fino alla fine che non sia giudizio sul peccatore.