Non manca il pane, manca la condivisione

La notizia della morte di Giovanni Battista apre una delle pagine più intense del Vangelo di Matteo. Non è soltanto il racconto di un lutto: è il momento in cui Gesù vede delinearsi con maggiore chiarezza il destino che lo attende. Per questo cerca un luogo deserto. Nella Scrittura il deserto non è solo uno spazio geografico, ma è il luogo del silenzio, dell’essenziale, dell’incontro con Dio, dove anche il dolore può essere accolto e trasformato in preghiera. Quel progetto di solitudine, però, dura poco. La folla lo precede e lo attende. Matteo non racconta la delusione di Gesù, ma il suo sguardo: «Vide una grande folla e sentì compassione per loro». È il verbo della misericordia, che indica un coinvolgimento profondo, quasi viscerale. È il volto di un Messia che non smette di amare nemmeno quando la sofferenza bussa alla sua porta.

In questa prospettiva, nella prima lettura (Isaia 55,1-3), risuona anche l’invito del profeta Isaia: «Venite, comprate senza denaro, mangiate senza pagare». Il profeta denuncia l’illusione di spendere la vita per ciò che non nutre davvero e invita a riscoprire la logica del dono. Prima della fame del corpo esiste infatti una fame più profonda: quella di senso, di speranza, di una parola capace di sostenere l’esistenza. È questa fame che Gesù riconosce nella folla e alla quale decide di rispondere.

Quando scende la sera, i discepoli vedono soltanto l’insufficienza dei mezzi: pochi pani, pochi pesci, una folla immensa. «Congeda la folla», dicono. Gesù cambia prospettiva con una parola che attraversa i secoli: «Date loro voi stessi da mangiare». Non chiede ai discepoli di possedere ciò che manca, ma di consegnargli ciò che hanno. È questa la condizione del miracolo: Dio non parte dall’abbondanza, ma dalla disponibilità.

Il segno della moltiplicazione dei pani non è soltanto la risposta a una necessità materiale. Matteo presenta Gesù come il nuovo Mosè che nutre il popolo nel deserto, ma rivela anche che Lui è Dio stesso che continua ad aprire la sua mano e a saziare ogni vivente. Per questo il banchetto nel deserto diventa l’immagine del tempo messianico, quando nessuno è escluso dalla mensa preparata dal Signore.

Il racconto custodisce anche un altro miracolo. Il pane, che nella storia degli uomini è spesso motivo di rivalità, di possesso e perfino di guerra, nelle mani di Gesù diventa principio di fraternità. Tutti ricevono, tutti mangiano, tutti sono saziati. È la condivisione, prima ancora della moltiplicazione, a rivelare il volto del Regno. Gesù alza gli occhi al cielo e pronuncia la benedizione: il pane non è anzitutto il frutto delle nostre capacità, ma un dono ricevuto. E chi riconosce di vivere di un dono scopre che la vera ricchezza non consiste nel trattenere, bensì nel condividere.

È la provocazione che il Vangelo consegna alle nostre comunità. Di fronte alle tante forme di povertà siamo tentati di ripetere le parole dei discepoli: «Non basta». Gesù, invece, ci invita a partire da ciò che abbiamo, anche se ci sembra poco. Il problema non sono le poche risorse, ma la disponibilità del cuore. Quando il poco viene affidato a Cristo, smette di essere il limite delle nostre possibilità e diventa l’inizio di una storia nuova.