Il tempo, luogo di ciò che passa e dell’intervento di Dio

Nel primo giorno dell’anno la percezione del tempo che passa sembra prevalere persino sulla liturgia della Chiesa. È come se esistesse una “liturgia laica” del tempo: il bilancio dell’anno trascorso e l’attesa del futuro. Proprio qui il cristianesimo ha una parola da offrire, perché la fede non ignora questa esperienza: l’incarnazione dice che Dio ha voluto vivere il tempo umano dall’interno. Se Gesù fosse visibilmente tra noi, forse oggi parlerebbe del tempo con semplicità, a partire dall’esperienza quotidiana. Che cosa rappresenta il tempo per noi? Come lo percepiamo? Di solito viviamo divisi tra un passato che non torna e un futuro che non esiste ancora. Il presente sembra nostro, ma sfugge nell’istante in cui lo viviamo. Da qui nasce un sentimento di precarietà.

Il Qoèlet registra questa percezione con realismo: un tempo per piantare e uno per sradicare, per costruire e per demolire, per gioire e per piangere. Alla fine, tutto gli appare “vanità”, perché osserva il tempo così com’è, nella sua pura successione. È il tempo misurato dall’uomo, ciò che la tradizione chiamerebbe chronos: un flusso che consuma. La fede introduce qui un elemento nuovo. Il tempo, da solo, non salva; ma nell’Incarnazione l’eterno entra nel tempo. «Il Verbo si fece carne» (Giovanni 1,14) non è solo una formula: significa che il Figlio attraversa la condizione temporale. Come ricordavano i Padri, ciò che Cristo assume, redime. Se egli assume il tempo, lo apre all’eternità. È qui il passaggio decisivo: il tempo non è più solo chronos ma anche kairós: il tempo visitato da Dio, in cui la storia diventa storia di salvezza. Per questo l’Apocalisse presenta Cristo come Alfa e Omega: inizio e compimento del tempo. Il senso ultimo non è un destino anonimo, ma un volto. L’eternità non annulla il tempo, lo porta al suo compimento.

In questa luce il Salmo 31 acquista un peso particolare: «Il mio tempo sta nelle tue mani». Il “mio tempo” indica la totalità della mia esistenza nel tempo: passato, presente e futuro. Dirlo significa riconoscere che ciò che vivo non va perduto, perché è consegnato a Dio. Non nelle mani del caso, ma nelle mani del Padre – l’“Abbà” – e del Figlio che dice: «Nessuno vi strapperà dalla mia mano». Così l’anno che si conclude non è solo il consumo di giorni, ma un tratto di cammino che, pur nelle sue contraddizioni, può essere letto come tempo di grazia. Abbiamo fatto molto o poco? Abbiamo anche sbagliato? La logica della fede non coincide con la logica dell’efficienza: Dio non misura il successo, ma il dono; non guarda solo ai risultati, ma alla verità del cuore.

Allo stesso modo, l’anno che viene può essere affidato a Dio non con vaghe speranze, ma con un atteggiamento preciso. Il Vangelo indica Maria: di fronte agli eventi legati alla nascita del Figlio, «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Luca 2,19). Non lascia che il tempo si disperda: lo custodisce nel cuore, che nella Bibbia è il luogo dell’ascolto. La memoria diventa discernimento e il discernimento disponibilità al futuro di Dio.

Ecco il punto: il tempo non è solo ciò che passa, ma dove Dio opera. La via per riconoscerlo è un certo silenzio interiore, per ascoltare la realtà e di leggere i giorni non solo come sequenza, ma come possibilità. Per questo, quando un anno finisce e un altro inizia, la preghiera più vera resta quella del salmo: «Il mio tempo sta nelle tue mani».