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XIR193452 The Raising of Lazarus, Scenes from the Life of Christ (mosaic) by Byzantine School, (6th century); Sant\'Apollinare Nuovo, Ravenna, Italy.
Ricordati che puoi risorgere
A Betania la morte ha un odore preciso, quasi riconoscibile: è l’odore della pietra chiusa, del pianto che riempie la casa, della speranza che sembra arrivare troppo tardi. Tutto il racconto di Lazzaro si muove dentro questo spazio segnato dal lutto: una famiglia ferita, due sorelle che vegliano un’assenza, un amico che non c’è più e un sepolcro che sembra avere l’ultima parola.
La morte, del resto, non ha bisogno di essere creduta: si impone con una evidenza brutale, attraversa le cronache quotidiane, abita i conflitti irrisolti, si affaccia sulle strade dove tante vite, soprattutto giovani, si spezzano improvvisamente. Eppure, proprio mentre la vediamo ovunque, impariamo anche a rimuoverla, a far finta che non ci riguardi, come se la distanza potesse proteggerci dalla sua domanda radicale. Il Vangelo di Giovanni, invece, non consente questa fuga. Ci obbliga a fermarci davanti al sepolcro, a sostare in quel luogo scomodo dove il dolore non può essere addolcito né spiegato. Ci fa intuire che vivere è, in fondo, un continuo tentativo di uscire dalla morte: da situazioni che ci chiudono, da relazioni che si spengono, da paure che ci rendono immobili. Ma quando ogni via di uscita sembra sbarrata, quando la pietra è ormai sigillata, che cosa resta? Resta l’amicizia, ed è forse questa la luce più sorprendente del racconto. Gesù ama Lazzaro, ama Marta e Maria; Betania è per lui una casa, un rifugio, un luogo dove deporre la stanchezza accumulata lungo le strade e ritrovare il gusto della relazione gratuita. Per questo, quando giunge il messaggio – «Il tuo amico è malato» – Gesù non può restare lontano, anche se tornare significa esporsi al pericolo, rientrare in un territorio ostile, avvicinarsi a una morte che lo riguarda ormai da vicino.
Qui l’amore assume il volto del rischio. Gesù sa che restituire la vita a Lazzaro gli costerà la propria, e infatti dopo Betania la sua sorte è segnata. L’amico vive perché l’amico accetta di perdere la vita. È una legge dura, ma profondamente vera: l’amore autentico non è mai senza ferite, non è mai senza prezzo.
Davanti alla tomba Gesù piange. Piange senza trattenersi, senza difendersi, come piangono gli amici quando la morte spezza un legame irrinunciabile. Non è un pianto rassegnato, ma un pianto che protesta, che si ribella, che dice un “no” radicale alla logica implacabile della morte. Le lacrime di Gesù ci ricordano che la fede non elimina il dolore e non chiede di mascherarlo, ma lo attraversa fino in fondo. Poi, nel silenzio carico di attesa, risuona una parola che rompe l’immobilità del sepolcro: «Lazzaro, vieni fuori!». Non è soltanto il richiamo di un morto alla vita, ma una parola che attraversa il tempo e continua a raggiungere ogni uomo e ogni donna. Perché il vero miracolo non è tornare alla vita di prima, destinata comunque a finire, ma entrare in una vita nuova, capace di oltrepassare la morte senza esserne schiacciata.
«Io sono la Risurrezione e la vita», dice Gesù, parlando non al futuro ma al presente. La Risurrezione non è rimandata all’ultimo giorno: accade già ora, ogni volta che una pietra viene tolta, ogni volta che qualcuno trova il coraggio di uscire dal proprio sepolcro interiore.
Per questo il comando continua a risuonare anche per noi: «Togliete la pietra!». Togliere ciò che chiude il cuore, ciò che rende indifferenti al dolore degli altri. La Risurrezione finale non sarà altro che il compimento di queste piccole, faticose risurrezioni quotidiane. La parola cristiana, allora, non è «ricordati che devi morire», ma un’altra, più esigente e più luminosa: «Ricordati che puoi risorgere». Già ora, ogni giorno, alla voce di Colui che non smette di chiamare: «Vieni fuori».





