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GNG5261185 Notre Dame de Paris cathedral sculpture : Christ and his disciples Paris France; Godong.
Prima che il grano si perda
Terminato il tempo pasquale e celebrate le grandi solennità del Signore, la liturgia riprende il cammino del Tempo Ordinario con la lettura del Vangelo secondo Matteo. Ci troviamo alle soglie del capitolo 10, il grande discorso missionario, introdotto da una scena intensa e profondamente umana: Gesù guarda le folle e ne prova compassione. L’evangelista scrive infatti: «Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (Matteo 9,36). Lo sguardo di Gesù non si ferma all’apparenza. Egli vede la fatica interiore delle persone, il loro smarrimento, la loro condizione di dispersione. L’immagine delle pecore senza pastore appartiene alla tradizione biblica e richiama il popolo privo di guide autentiche, incapace di trovare orientamento e pace.
Anche la prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo (Es 19,2-6), illumina questo tema. Israele, giunto al Sinai dopo la liberazione dall’Egitto, ascolta la proposta di alleanza da parte di Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Il Signore non chiama il suo popolo soltanto a ricevere dei benefici, ma a diventare segno della sua presenza nel mondo. Dentro questa prospettiva si comprende anche l’immagine della messe utilizzata da Gesù: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Matteo 9,37-38). L’immagine è metaforica e, nel linguaggio biblico, possiede una profondità particolare. Siamo abituati ad applicare immediatamente queste parole al tema delle vocazioni sacerdotali, pensando soprattutto alla necessità di avere molti preti. Certamente la tradizione della Chiesa ha letto anche in questo senso il testo evangelico, ma il significato originario appare più ampio.
Nella Scrittura, infatti, la mietitura è spesso simbolo del compimento finale della storia. Nel capitolo 13 di Matteo, nella spiegazione della parabola della zizzania, Gesù afferma esplicitamente che la mietitura rappresenta la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli incaricati di raccogliere il raccolto definitivo del Regno. La messe pronta indica dunque l’umanità giunta alla sua maturazione.
Per questo il problema evocato da Gesù non riguarda solo il numero dei ministri, ma la scarsità dei testimoni di coloro che accolgono la chiamata a partecipare all’opera di Dio. È una questione che coinvolge tutta la comunità ecclesiale.
La compassione di Cristo nasce dal rischio che il “grano” vada perduto. Gli uomini e le donne del suo tempo – e di ogni tempo – possono rimanere dispersi, stanchi e sfiniti, incapaci di giungere alla pienezza della vita. Gesù desidera invece che nessuno si perda, che ogni esistenza possa essere raccolta nei granai del Regno. Per questo invita i discepoli a pregare. Il miracolo della salvezza, infatti, domanda anche una risposta umana: accogliere la chiamata, lasciarsi trasformare dal Vangelo. L’immagine del grano richiama allora la responsabilità della vita cristiana. Il Signore non vuole che il seme cada inutilmente a terra, venga divorato o marcisca senza portare frutto. Egli vuole che il grano maturi e diventi pane buono, capace di nutrire altri.
Questa scena apre il discorso missionario (Matteo 10): Gesù chiama e invia i Dodici. Le istruzioni riflettono il contesto della prima missione in Galilea, segnato da essenzialità e fiducia. Resta però il nucleo permanente: la Chiesa nasce dalla compassione di Cristo ed è chiamata a continuare la sua missione, perché nessuno vada perduto.





