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2YWJ337 Jesus Walking on the Water 1618 by Peter Paul Rubens.(1577-1640). Flemish artist and diplomat, Flemish, Baroque, France, Fine Art Museum,
Il cuore nella tempesta
Ci sono pagine del Vangelo che rischiamo di leggere soltanto come il racconto di un miracolo, mentre Matteo le colloca dentro una storia di dolore e di fede, quasi a suggerire che Dio si rivela non fuori dalle prove dell’esistenza, ma proprio nel loro cuore. L’episodio di Gesù che cammina sulle acque nasce all’indomani della morte di Giovanni Battista. Quella notizia ferisce profondamente Gesù, perché nella sorte del Precursore egli intravede già il proprio destino. Per questo sale sul monte a pregare. Il Gesù che, nella notte, raggiunge i discepoli sul lago non è un uomo che vuole esibire la propria potenza, ma un uomo che ha attraversato il dolore e che, nel dialogo con il Padre, ha ritrovato la forza di continuare il suo cammino.
In questa prospettiva si comprende meglio anche la prima lettura (1Re 19,9.11-13). Elia, fuggiasco e deluso, sale sul monte Oreb per incontrare Dio e scopre che il Signore non si manifesta nell’uragano, nel terremoto o nel fuoco, ma nella voce di un silenzio sottile. È una rivelazione che attraversa tutta la Scrittura: Dio non ama imporsi con il fragore della potenza, ma si lascia riconoscere nella discrezione di una presenza che sostiene senza fare rumore.
Intanto i discepoli sono sul lago. Il vento è contrario e la traversata sembra non finire mai. Matteo concentra tutta la fatica dell’esistenza in tre immagini: la notte, il mare e il vento. La notte è il tempo dell’incertezza; il mare rappresenta il caos, ciò che sfugge al controllo dell’uomo; il vento è la forza che scompagina ogni progetto. Sono le immagini delle nostre paure, di quelle stagioni nelle quali si continua a remare senza avanzare, si moltiplicano gli sforzi e tuttavia sembra di rimanere sempre nello stesso punto.
È proprio allora che Gesù si avvicina. Non aspetta che il mare si calmi, ma entra nella tempesta e cammina su quelle acque che, nella mentalità biblica, sono il simbolo del male e dell’inconsistenza. Il particolare decisivo, però, è un altro: non sono i discepoli a raggiungere il Maestro, ma è il Maestro a prendere l’iniziativa e ad andare verso di loro. La fede nasce sempre da questo movimento di Dio che si fa vicino all’uomo.
Solo Matteo racconta ciò che accade a Pietro. La sua richiesta è sorprendente: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Pietro non domanda un prodigio; desidera raggiungere Gesù proprio attraverso ciò che lo spaventa. Ha compreso che il vero miracolo non consiste nel camminare sul mare, ma nel non lasciarsi separare dal Signore neppure quando tutto vacilla. Quel semplice «Vieni!» diventa allora una parola creatrice, capace di rendere possibile ciò che all’uomo appare impossibile.
Finché Pietro tiene fisso lo sguardo su Gesù, cammina; quando invece torna a guardare il vento, comincia ad affondare. È un’immagine di straordinaria verità. Non sono le difficoltà a farci perdere la fede, ma il momento in cui esse occupano tutto il nostro orizzonte. Per questo il grido «Signore, salvami!» è una delle preghiere più autentiche del Vangelo. E Gesù, senza esitazione, tende la mano a Pietro e lo afferra in modo fermo. È questa la certezza che la liturgia consegna anche a noi. Come Elia, vorremmo incontrare Dio nei segni straordinari; come Pietro, desidereremmo un mare finalmente tranquillo. Il Signore, invece, ci insegna che la fede non consiste nell’essere risparmiati dalle tempeste, ma nello scoprire che, proprio mentre il vento continua a soffiare, Egli viene verso di noi e ci tende la mano.



