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di Massimiliano Padula, Sociologo, Pontificia Università Lateranense
Derrick de Kerckhove, uno dei teorici dei media contemporanei più influenti, usa l'espressione «senso comune digitale» per evidenziare come il web rappresenti ormai il sistema di riferimenti semantici ed etici intuitivamente percepiti e culturalmente condivisi che contribuisce a guidare le scelte e i comportamenti.
Da qualche anno, infatti, si assiste a un processo inesorabile di digitalizzazione dell'esistente caratterizzato dalla supremazia della connessione sul dispositivo.
Chi si ostina a inquadrare ancora i media digitali come "strumenti da usare", probabilmente non ne comprende l'incidenza socializzante e soggettivizzante e rischia di contaminare e confondere un dibattito che resta improcrastinabile perché riguarda le vite di (quasi) tutti.
È sufficiente, a questo proposito, leggere i risultati del Digital 2025, l'annuale report realizzato dall'agenzia creativa "We are social", per rendersi conto che in Italia il 90% della popolazione è connesso a Internet, mentre gli utenti che hanno una identità attiva sulle piattaforme social sono 42 milioni, pari al 71% della popolazione. Anche i dati globali non si distanziano da questi numeri dimostrando (lo affermiamo da diversi anni io e Filippo Ceretti) come l'umanità è sempre più (social)mediale perché "incarnata" in un universo tecnologico in cui i media proiettano e potenziano i caratteri peculiari della civiltà di homo sapiens. Questo effetto della "mediatizzazione globale" altro non è che la chiara proiezione di tutti gli elementi che definiscono il nostro essere pienamente umani in relazione.
Il comunicare digitale, reso possibile dalle numerose reti e piattaforme tecnologiche, permette, quindi, non solo di osservare il mondo, ma anche di osservarci e così di rivelarci a noi stessi, nel bene e nel male.
L'affermazione "digitale è reale", va dunque inquadrata in questa prospettiva "proiettiva", che prende le distanze dalla dimensione tecnica (o "deterministica", per usare un celebre concetto di Marshall McLuhan) per riposizionarsi in un perimetro interpretativo sostanzialmente antropocentrico.
Se ci pensiamo, i social media altro non sono che territori fecondi di autorappresentazione e narrazione, luoghi di incontro e conoscenza, territori di partecipazione e soddisfazione di bisogni. Ma, come ogni porzione dell'agire, possono diventare anche spazi di devianza, promotori di oscurità e ambiguità. In entrambi i casi, siamo sempre noi a traslare in essi la nostra qualità etica. Il primo passo per "umanizzarli" (termine ancora legato alla strumentalità) non è usarli bene o male o, ancora peggio, paragonarli a una Ferrari che, se guidata da un neopatentato, può causare danni. Non è neanche seguire i cliché delle dicotomie (rischi/benefici; apocalittici/integrati; nativi/migranti digitali; reale/ virtuale).
È importante invece promuoverli come un imperativo culturale e come un fatto sociale totale, capendo anzitutto che i nostri difetti, i nostri pregiudizi e le nostre concezioni errate plasmano il digitale e creano un circolo vizioso che lo riduce a una stortura da raddrizzare, limitare o - peggio ancora - da vietare. Il nostro compito (di studiosi, formatori, religiosi e donne e uomini di volontà) non è abbandonarsi al senso comune (di cui si è scritto all'inizio), ma impegnarsi seriamente per edificarlo a spazio di esistenze capaci di generare e promuovere il bene.
- Articolo tratto da PAGINE APERTE, speciale Settimana della Comunicazione
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