Quo vado? Dove vado senza posto fisso? Il successo del film di Checco Zalone, che sta sbancando letteralmente i botteghini, si basa certamente sull’idea azzeccata di ironizzare su uno dei feticci degli italiani del Nord e del Sud (ma soprattutto del Sud): quell’occupazione sicura che ormai è in via di estinzione, e pare essersi ridotta alla specie protetta degli statali. Posto fisso, cosa non si fa per te: si è disposti a partire per la Capitale e lasciare gli agi della famiglia, a lavorare sotto il sole di Lampedusa in cerca di un mediano dai piedi buoni, a camminare tra le foreste della Val di Susa, a farsi mobbizzare tra i colleghi della Sardegna, addirittura a prendere la rotta del circolo polare artico rischiando l’esaurimento nervoso per via dell’aurora boreale gli inverni di sei mesi. Nulla vale come uno stipendio sicuro e i suoi optional: la malattia pagata, l’indennità fuorisede, la preziosa aspettativa, la meravigliosa tredicesima che gli autonomi e i detentori di partita Iva non conoscono, come motteggia il protagonista del film. La morale della favola, come diceva Renzo Arbore,è che  stai bene finché rimani legato a un pubblico ufficio. O, come cantava Proietti, “Me so trovato un posto al ministero, pe’ legge in santa pace er Messaggero”.

Il posto fisso è sacro, come non smette di ricordare al protagonista il senatore Nicola Binetto, interpretato da Lino Banfi. Zalone e il regista Nunziante, che spiegano l’Italia meglio di Ilvo Diamanti o Giuseppe De Rita, ironizzano con ferocia su un’istituzione della Prima Repubblica, declamata imitando Celentano, e mettono in scena un dibattito secolare: meglio un posto assicurato, magari noioso, ma stabile, in grado di condurre una scialba ma leziosa vita familiare, antidoto all’incertezza, concedendosi il lusso di non prendere mai decisioni e di non abbandonare mai il tetto natio, una madre premurosa, una fidanzata insulsa, o una carriera scintillante, frenetica, ricca di soddisfazioni, un amore vero? Soprattutto all’indomani del Jobs Act, che peraltro ha ristabilito un minimo di stabilità a tanti contratti a termine, il dibattito resta aperto.  I numeri dicono che nel privato ormai il posto fisso è sempre più una chimera. I sondaggi attestano che solo un terzo degli interpellati rinuncerebbe alle possibilità di carriera offerte da un itinerario lavorativo flessibile, ricco di cambiamenti. Ma forse gli altri due terzi rispondono così solo davanti agli intervistatori.

Nella realtà il posto fisso resta una solida certezza, sempre meno disponibile in banche, aziende e centri commerciali e sempre più confinata ai ministeri e agli uffici pubblici. Il punto è che per vivere in un mercato del lavoro flessibile non servono solo le opportunità lavorative (e quindi un Paese in ripresa) ma anche sussidi in grado di assicurare la sopravvivenza e una vita dignitosa in caso di perdita del posto di lavoro. Altrimenti il cambio non vale la candela. A un certo punto della sua commedia all’italiana, Zalone si trasferisce in Norvegia, patria della flessibilità, ma anche del Welfare, dove chi perde il posto continua ad avere un sussidio minimo garantito, un’indennità da disoccupato e tutte quelle risorse finanziarie in grado di mantenere una famiglia. Fino a quando non arriveremo a questo stato di cose il superamento dell’ossessione del posto fisso rimarrà ancora un’utopia e sulla perdita del posto fisso si potrà solo scherzare.