Ho avuto di recente la fortuna di incontrare Filippo Maria Pandolfi, professorino (nel senso dossettiano) prestato alla politica (è laureato in filosofia), democristiano di razza, uomo di governo della Prima Repubblica. Il suo infinito curriculum spazia dall’incarico di ministro dell’Agricoltura, del Tesoro, delle Finanze e dell’Industria in vari governi (Moro, Andreotti e Spadolini) a quello di Commissario europeo per la Scienza e lo Sviluppo. E’ stato anche premier incaricato, ma il tentativo non andò in porto. Appassionato di lingue antiche e di letteratura cristiana antica, ha una curiosità intellettuale che lo divora anche alla bella età di 86 anni. Sarebbe stato un ottimo presidente della Repubblica.

Nel corso della serata ha raccontato un aneddoto molto recente che riguarda una sua visita privata al Quirinale, lo scorso anno, per incontrare il suo vecchio amico Giorgio Napolitano. A un certo punto la conversazione finì su Giulio Andreotti, anzi, per la precisione sulla parte del suo gigantesco archivio (3.500 faldoni), che il sette volte premier e innumerevoli volte ministro ha disposto che rimanesse custodita in un appartamento romano di via Borgognona, sotto la sorveglianza dei servizi segreti. In pratica i documenti più scottanti, mentre il resto è già traslocato nel sotterraneo dell’Istituto don Sturzo. “Si discuteva di che fine farà quell’archivio, i cui segreti probabilmente hanno fatto la storia d’Italia. Dissi a Giorgio che avevo un’idea e lui mi rispose che anche lui aveva un’idea sulla sorte di quel materiale. Dilla prima tu, mi disse il presidente, scommetto che è la stessa. La scommessa la vinse facilmente: quei faldoni sarebbero finiti prima o poi, presso l’Archivio segreto del Vaticano”. E così, ha concluso Pandolfi, “si sapranno certe verità quando verrà desecretato, non prima di tre o quattro secoli”.