L’Africa non è un paese. È una frase apparentemente ovvia, eppure sempre necessaria. Perché troppo spesso, quando in Italia si parla di Africa, si cede alla tentazione di comprimerla in un’unica narrazione: povera, migrante, disperata. In realtà, l’Africa è un continente. Cinquantaquattro Stati, oltre 1,4 miliardi di persone, una molteplicità di culture, religioni, lingue, economie. E soprattutto storie. Tante. Diverse. Spesso invisibili. E non per mancanza di bellezza o di valore, ma per mancanza di spazio. Nei nostri occhi. E nei nostri media.

È proprio da qui che parte la riflessione dell’Africa Day, la Giornata Internazionale dell’Africa che si celebra il 25 maggio. Ma Amref Health Africa-Italia ha deciso da anni di non accontentarsi di un solo giorno. Ha inventato gli Africa Days, un intero mese di appuntamenti per "sentire il battito dell’Africa", come dice la presidente Paola Crestani, e per rompere la cortina dell’indifferenza. Quest’anno il cuore del programma è il rapporto “L’Africa MEDIAta”, alla sua sesta edizione, presentato a Roma lo scorso 20 maggio: una radiografia implacabile del modo in cui giornali, tg e programmi tv raccontano il continente africano. O, più spesso, non lo raccontano affatto.

Africa qui o Africa là?

Il dossier, curato dall’Osservatorio di Pavia, incrocia dati quantitativi e qualitativi. Cominciando dalle prime pagine dei quotidiani nazionali: rispetto al 2023, nel 2024 si registra un calo del 50% delle notizie con riferimento all’Africa. Di queste, oltre tre quarti (77,3%) sono ambientate qui, in Italia o in altri Paesi occidentali. È l’“Africa qui”: quella del Piano Mattei, delle atlete afrodiscendenti alle Olimpiadi, della boxeur algerina Khelif. L’“Africa là” – cioè notizie ambientate effettivamente nel continente africano – si limita al 22,7%%, dominata da guerre e terrorismo (Sudan, Repubblica Democratica del Congo in testa). Praticamente assenti economia, cultura, società, ambiente, innovazione. Tutto ciò che potrebbe raccontare un’Africa viva, plurale, con un futuro.

Africa nei tg: quasi invisibile, a parte le migrazioni

Passando ai telegiornali di prima serata, si conferma la tendenza alla marginalità: le notizie riferite direttamente all’Africa sono appena l’1,2% nel 2024 (erano l’1,9% nel 2023). Ma se allarghiamo lo sguardo alle notizie sull’Africa, compresi dunque gli approfondimenti sul Piano Mattei e la gestione migratoria, si arriva al 4,5%: è il dato più alto in sei anni. Ma è un aumento che non corrisponde a un ampliamento dello sguardo. Piuttosto, a una strumentalizzazione del continente africano in funzione dei dibattiti interni italiani ed europei.

I programmi tv e la (solita) narrazione esotica

Nel palinsesto televisivo, i programmi di approfondimento continuano a parlare dell’Africa attraverso le lenti più comode. Al primo posto, la narrazione naturalistica: paesaggi, fauna, savane, deserti (30%). Seguono la cooperazione internazionale (23%) e, ancora una volta, guerra e terrorismo (17%). Migrazione e povertà sono trattate meno esplicitamente, ma sempre in filigrana. Raramente si approfondiscono temi come istruzione, innovazione, cambiamento climatico o giovani talenti africani. E quando lo si fa, si tratta spesso di eccezioni virtuose più che di un cambio strutturale.

Gli africani in tv? Praticamente assenti

Per la prima volta, quest’anno l’Osservatorio ha analizzato anche la presenza di africani e afrodiscendenti nei programmi televisivi. Su 587 puntate di 16 trasmissioni analizzate, le presenze rilevate sono 62, pari all’1,2%. In pratica: il 97% degli ospiti è italiano. I temi trattati quando è presente un soggetto africano o afrodiscendente? In prevalenza la condizione femminile nell’Islam (32,2%), l’infibulazione (16,1%), la criminalità e l’immigrazione (14,5%), il disagio sociale (11,3%). Mai, nemmeno in queste occasioni, si parla dell’Africa “là”. Come se l’Africa non potesse raccontarsi, nemmeno quando è presente.



Percezione e realtà: la distanza è minima. E questo è un problema

Alla rappresentazione si accompagna, coerente, la percezione. L’indagine Ipsos per Amref “Africa e Salute: l’opinione degli italiani” condotta nel settembre 2024 conferma che l’immagine dell’Africa veicolata dai media è la stessa che si radica nella mente degli italiani. Le parole più associate al continente? Povertà, malattie, migrazione. I soliti temi, declinati in modo uniforme, uniforme e uniformante. Non sorprende allora che anche quando si danno notizie positive, esse rimangano marginali, percepite come eccezioni e non come la regola.

Un esempio emblematico: il Vertice Italia-Africa tenutosi a Roma a gennaio 2024. Tante voci politiche italiane, ma pochissimo spazio ai leader africani presenti. Anche nei titoli dei quotidiani, si è insistito su presunte “incompatibilità culturali”, alimentando l’idea di una distanza irriducibile tra “noi” e “loro”. Una narrazione che costruisce frontiere, anziché ponti.

Raccontare un continente (e non una caricatura)

Non tutto, però, è negativo. Il rapporto segnala anche alcune esperienze virtuose: come un programma di divulgazione scientifica e tecnologica che ha dedicato spazio ai progetti innovativi in Africa. O il lavoro di alcuni giornalisti e format più attenti, capaci di parlare del continente senza cedere ai cliché. Ma sono gocce nel deserto. Per fare la differenza servono cambiamenti sistemici, nuovi criteri editoriali, più formazione.

Una scommessa da fare insieme

«Il cuore del nostro lavoro – ricorda la presidente Paola Crestani – è sì formare operatori sanitari e curare milioni di persone, ma è anche creare ponti. Gli Africa Days sono quella scommessa di speranza e futuro, lontano dalla paura e dalla chiusura. Una scommessa da fare insieme».

Un’Africa plurale, viva, piena di storie da ascoltare. Ma prima ancora da vedere. Perché, come avrebbe detto lo scrittore nigeriano Chinua Achebe, finché i leoni non avranno i loro storici, la caccia continuerà a essere raccontata dal punto di vista del cacciatore. Sta a noi, oggi, cambiare prospettiva.