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Alexander Langer al centro
C’è un filo sottile che collega le montagne del Sudtirolo alle macerie dei Balcani, passando per le aule del Parlamento Europeo e arrivando, oggi, nel cuore di Verona. Quel filo è il pensiero di Alexander Langer, una delle figure più profetiche della politica del secolo scorso.
Insegnante, giornalista, fondatore dei Verdi e instancabile costruttore di ponti, Langer ha dedicato la vita a temi che allora sembravano utopie e che oggi sono emergenze quotidiane: la convivenza tra etnie, la pace nonviolenta e la conversione ecologica. Un visionario.


Per celebrarne l'ottantesimo anniversario della sua nascita e i trent'anni dalla scomparsa, Verona ospita dal 30 gennaio al 1° febbraio un convegno di rilievo internazionale, organizzato dal Movimento Nonviolento insieme alla Fondazione Toniolo. L'evento non vuole essere una commemorazione, ma un laboratorio per estrarre da quella "miniera inesplorata" che è l'eredità di Langer soluzioni concrete per i conflitti e le crisi del 2026.
Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento e compagno di strada di Langer, che ci aiuta a comprendere perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno di tornare a parlare di "Alex".
Qual è l'eredità più urgente che ci ha lasciato Langer?
«Lui se n'è andato lasciandoci un invito: "Continuate in ciò che era giusto". E questo invito oggi, a trent'anni dalla sua morte e a ottanta dalla sua nascita, ci dice che è ora di fare un bilancio. Cosa abbiamo combinato in questi 30 anni? Siamo davvero riusciti a realizzare ciò che era giusto? E ciò che era giusto allora, è giusto anche oggi? Queste sono le domande di fondo del convegno. Langer si era impegnato e auspicava che tutti noi ci impegnassimo su tre filoni specifici, i tre principali su cui ha lavorato: la conversione ecologica, la convivenza interetnica e il pacifismo nonviolento. Ecco, queste sono tre piste di lavoro, tre tematiche assolutamente urgenti e attualissime. Questo è il cuore del convegno, vogliamo interrogarci soprattutto a partire da questi tre ambiti».
Ci sono importanti relatori su ognuno di questi temi.
«Il vescovo della nostra città, Domenico Pompili, parlerà del profetismo della Laudato Si’ e quindi sulla conversione ecologica e l'ecologia integrale. La filosofa Donatella Di Cesare parlerà della coabitazione come politica di pace, che è l'attualizzazione di quello che Langer chiamava la necessaria convivenza interetnica. E da ultimo il giornalista Gad Lerner parlerà di odio e amore per Israele, entrando direttamente nel tema scottante Israele-Palestina e quindi della prospettiva di visione del pacifismo nonviolento».


Proprio parlando dei conflitti che negli ultimi anni hanno danneggiato l'ordine mondiale e le persone civili, qual è la lezione di Langer che potrebbe aiutare a sbloccare questa impasse della violenza?
«Io penso che una delle eredità che ci ha lasciato Langer sia quella proprio del metodo della nonviolenza. Anche se lui non lo esplicitava – nei suoi scritti non ha mai citato né Gandhi né Aldo Capitini – si capisce bene leggendo i suoi testi che la nonviolenza la conosceva bene. Langer non citava quasi mai nessuno, le uniche citazioni che faceva erano bibliche o evangeliche; prendeva a piene mani da quella storia e da quella cultura. Quello che oggi noi chiamiamo il "metodo Langer" è il metodo per affrontare i conflitti. Innanzitutto entrarci dentro: conoscerli, capirli, studiarli, comprendere le motivazioni, la storia e la geografia di questi conflitti. L'altro approccio è quello di prendere subito parte per le vittime, qualsiasi esse siano. Il terzo strumento è quello di avviare un'azione politica creando relazioni, impegnandosi in questioni concrete».
C’è stata una “evoluzione” nel suo pensiero e stile d’azione?
«Langer è passato dal pacifismo ideologico a quello che poi è stato chiamato il pacifismo concreto, attraverso la solidarietà umana e la ricerca di vie di pace insieme alle vittime. È quello che aveva realizzato con il Verona Forum quando nei primi anni Novanta chiamò a Verona gli esponenti della società civile di tutte le repubbliche dell'ex Jugoslavia in deflagrazione totale. Non potevano più incontrarsi perché erano cresciuti i confini e i fili spinati; Alex li convocò a Verona perché qui potessero fisicamente incontrarsi e discutere possibili soluzioni che certo non possiamo imporre noi da fuori. Credo che questo metodo valga ancora: sta a noi applicarlo oggi al conflitto israelo-palestinese o a quello russo-ucraino. È quello che stiamo facendo con la nostra campagna di obiezione alla guerra: sosteniamo i disertori russi e gli obiettori ucraini, perché fanno parte della stessa soluzione. Sono gli unici due gruppi delle due parti che già si parlano e lavorano insieme».
Spesso si parla di transizione ecologica ma Langer parlava di “conversione”. Qual è la sfumatura che volete sottolineare? Cosa intendeva lui con “socialmente desiderabile”?
«Che non basteranno soluzioni tecniche. Vediamo effettivamente che in questi 30 anni non sono bastate. La transizione ecologica non può essere solo un cambio di tecnologia o di legislazione. Quando Langer parla di conversione lo usa proprio nel significato religioso: una conversione di coscienza, una conversione personale che deve andare di pari passo con un cambiamento politico. È un doppio binario. Oggi purtroppo il mondo va nella direzione contraria: siamo circondati da crisi umanitarie, discriminazioni sistemiche e collasso ambientale. Questa è l'urgenza: ci vuole un cambio di rotta che passi necessariamente da una conversione, sia della persona che della politica. È un compito immane, ma non è più rinviabile. Bisogna dire le cose come sono e incominciare questo cambiamento; il convegno è un piccolo contributo in questa direzione».


Cosa sperate che si portino a casa i partecipanti di questo convegno?
«Il convegno non ha immediatamente pretese politiche o organizzative; è un momento di approfondimento, conoscenza e creazione di relazioni. È rivolto soprattutto alle nuove generazioni: avremo relazioni fatte da tre giovani ragazze nei campi della comunicazione, dell'arte e dello studio. Vogliamo capire come è arrivato a loro il messaggio di Langer e come lo mettono in pratica. Avremo molto da imparare anche noi. Questo era l'aspetto particolare di Langer: faceva di tutto per mettere insieme persone di ambienti, culture e tradizioni diverse. Su questa scia vogliamo che il convegno prosegua».




