Crisi climatiche, conflitti e nuove disuguaglianze attraversano il nostro tempo. Da qui nasce una domanda sempre più urgente: possiamo ancora costruire insieme un futuro abitabile? Proverà a partire da qui il XVII Forum internazionale di Greenaccord, in programma a Treviso dal 18 al 21 marzo. Per quattro giorni la città veneta diventerà una sorta di redazione globale diffusa, accogliendo giornalisti, studiosi, amministratori e rappresentanti del mondo della cultura chiamati a confrontarsi su una parola chiave che oggi suona sempre più decisiva: ecologia integrale.

Tra i protagonisti del Forum c’è Andrea Masullo, direttore scientifico di Greenaccord, che da anni lavora sui temi dell’ecologia e della sostenibilità. Per lui l’ecologia integrale rappresenta oggi una chiave fondamentale per leggere le crisi del nostro tempo. «Non si può parlare di ambiente senza parlare anche di pace, giustizia e cooperazione tra i popoli», spiega.

Perché oggi parlare di ecologia significa inevitabilmente parlare anche di pace e giustizia?

«Il tema va affrontato alla radice. Già Charles Darwin, che possiamo considerare il padre dell’ecologia, aveva osservato che accanto alla competizione esiste un altro grande motore dell’evoluzione: la cooperazione. Questo però è stato spesso dimenticato o travisato. I cosiddetti darwinisti sociali hanno utilizzato in modo distorto il pensiero di Darwin per giustificare modelli aggressivi, come il capitalismo più feroce o la logica secondo cui prevale sempre il più forte.
In realtà la cooperazione è fondamentale per la sopravvivenza delle specie. È proprio grazie alla cooperazione che molte specie – compresa la nostra, che in fondo è piuttosto fragile – sono riuscite a sopravvivere. Anche per l’umanità vale lo stesso principio: un atteggiamento cooperativo che superi familismi, localismi e nazionalismi è un vantaggio per tutti. L’intelligenza umana ci permette di immaginare un futuro di benessere condiviso, un “noi” più ampio che includa tutti. Ed è proprio qui che ecologia, pace e giustizia diventano inseparabili».

Nel programma del Forum ricorre spesso il concetto di ecologia integrale. Che cosa significa concretamente e perché rappresenta una chiave di lettura così importante per affrontare le sfide ambientali?

«L’ecologia integrale serve innanzitutto a superare una strumentalizzazione molto diffusa del concetto di natura. Spesso, per far accettare scelte violente o impopolari, si dice che fanno parte dell’“ordine naturale delle cose”. Ma quale ordine naturale? Se guardiamo davvero alla natura, scopriamo che i suoi principi sono l’altruismo, la cooperazione, la collaborazione. Questo è il vero ordine naturale. Non esiste una separazione tra natura ed etica: noi siamo natura.
L’ecologia integrale significa proprio rimettere insieme ciò che abbiamo separato artificialmente. L’uomo si è posto al di sopra della natura, come se potesse sfruttarla senza conseguenze. Ma questo atteggiamento è all’origine delle crisi che stiamo vivendo. L’ecologia integrale ci invita a tornare a un pensiero realistico, a riconoscere che ambiente, società, economia e morale sono profondamente connessi».

Questa visione richiama molto da vicino il messaggio di papa Francesco nell’enciclica Laudato si'. Quanto ha contribuito quel testo a cambiare il modo di parlare di ambiente anche fuori dal mondo ecclesiale?

«È stato un contributo straordinario. Papa Francesco non ha scritto un testo ambientalista in senso stretto: ha proposto una visione più ampia, che mette al centro i poveri e le persone più fragili. Quando parla di ambiente, il Papa lo fa sempre considerando la dimensione sociale, perché i primi a soffrire le conseguenze delle crisi ambientali sono proprio i più poveri. È una prospettiva profondamente evangelica. Francesco propone anche un metodo molto efficace, che potremmo riassumere con tre parole: testa, cuore e mani. Prima comprendere i problemi, poi valutare le conseguenze per le persone più fragili e infine agire per trovare soluzioni. Questa impostazione è stata un’ispirazione importante non solo per il mondo religioso, ma anche per chi si occupa di economia, politica e ambiente».

Uno degli aspetti più interessanti del Forum è la presenza di giornalisti provenienti da oltre quaranta Paesi. Che responsabilità ha oggi l’informazione nel raccontare la crisi climatica?

«Il giornalismo ambientale è un ambito relativamente nuovo e in molti Paesi viene affrontato con grandi difficoltà. Nei Paesi più poveri, ad esempio, l’ambientalismo è spesso guardato con sospetto, perché lo sviluppo economico è ancora basato sull’estrazione intensiva delle risorse naturali. Questo produce un meccanismo perverso: i territori poveri subiscono inquinamento e devastazione ambientale, mentre i benefici economici finiscono nei Paesi ricchi. Il giornalismo ambientale ha il compito di portare alla luce queste dinamiche. Per questo momenti di confronto internazionale come il Forum sono molto importanti. Giornalisti provenienti da Africa, Asia, Europa e America possono scambiarsi esperienze, confrontare approcci diversi e trovare nuove chiavi di lettura. È un arricchimento reciproco che difficilmente si trova altrove».

Spesso la comunicazione sull’ambiente oscilla tra catastrofismo e indifferenza. Come si può raccontare la crisi ecologica in modo serio ma anche capace di generare speranza e responsabilità?

«La catastrofe purtroppo esiste davvero. Il rischio però è abituarsi al racconto continuo delle tragedie: un disastro oggi, un altro domani, e alla fine si diventa indifferenti. Per questo è importante raccontare anche le vie d’uscita. Nei nostri Forum abbiamo fatto proprio questo percorso: inizialmente analizzavamo le crisi una per una, poi abbiamo iniziato a guardarle insieme e oggi cerchiamo soprattutto di discutere soluzioni. Le risposte esistono. Se il sistema è malato è perché noi lo abbiamo costruito così, ma proprio per questo abbiamo anche la possibilità di cambiarlo. Raccontare le soluzioni significa restituire alle persone la consapevolezza che un cambiamento è possibile».

Tra i temi del Forum ci sono anche tecnologia e piattaforme digitali. Le grandi aziende tecnologiche possono contribuire alla transizione ecologica oppure rischiano di amplificare modelli di consumo insostenibili?

«La scienza in sé non è né buona né cattiva: è conoscenza. Il problema riguarda l’uso che ne facciamo. Pensiamo alla radioattività: grazie a questa scoperta possiamo curare malattie e fare diagnosi mediche, ma la stessa conoscenza ha portato anche alla costruzione di armi nucleari. Lo stesso vale per le tecnologie digitali. Sono strumenti potentissimi, ma devono essere guidati da un orientamento etico. Se nelle scelte prevale il cuore, come suggerisce Papa Francesco, queste tecnologie possono essere orientate al bene. Se invece prevale solo il profitto, il rischio è di produrre nuovi squilibri e nuovi problemi».

Un altro tema importante riguarda il rapporto tra ambiente e grandi eventi, come le Olimpiadi Milano-Cortina. È davvero possibile coniugare eventi globali e sostenibilità?

«Storicamente i grandi eventi hanno spesso lasciato dietro di sé cattedrali nel deserto e territori devastati. Con le Olimpiadi invernali Milano-Cortina si è provato per la prima volta a porre seriamente il problema dell’impatto ambientale. È già un passo avanti significativo. Naturalmente sarà il tempo a dirci quanto queste scelte saranno state efficaci, ma il fatto stesso di aver affrontato la questione rappresenta una svolta. Il Forum può diventare un luogo utile per discutere questi risultati e individuare nuove soluzioni per il futuro».

Il Forum punta molto sul dialogo internazionale, dal Veneto al Colorado fino alla Cina. Perché oggi la cooperazione tra territori e Paesi diversi è indispensabile per affrontare la crisi ambientale?

«Perché viviamo tutti nella stessa casa. Papa Francesco usa un’immagine molto efficace: siamo un’unica famiglia che abita una sola casa comune. Se in una parte del mondo si prendono decisioni sbagliate, le conseguenze si ripercuotono su tutti. Pensiamo ai cambiamenti climatici: le scelte energetiche della Cina o dell’India hanno effetti globali. Il dialogo internazionale permette di condividere soluzioni e creare nuove opportunità. I giornalisti hanno un ruolo fondamentale perché, tornando nei loro Paesi, possono stimolare il dibattito pubblico e incalzare la politica».

Nel programma compare anche un riferimento all’“ecologia della mente e dell’anima”. In che senso la crisi ecologica è anche una crisi culturale e spirituale dell’uomo?

«Molte delle crisi che viviamo sono provocate da noi stessi. In momenti come questi, spesso le coscienze si annebbiano: c’è chi preferisce ignorare i problemi e chi addirittura cerca di trarne profitto. Serve invece una profonda trasformazione culturale e spirituale. Dobbiamo riconoscere che le nostre scelte stanno lasciando alle generazioni future un mondo pieno di rischi e difficoltà. Papa Francesco ci ricorda che tutti questi problemi sono connessi. Per questo è importante costruire reti di persone, gruppi e comunità che condividano idee e soluzioni. Solo così possiamo cambiare rotta e costruire un futuro più giusto e sostenibile».

Se dovesse lasciare un messaggio ai lettori di Famiglia Cristiana, quale gesto concreto può compiere ciascuno di noi per contribuire alla cura della casa comune?

«Vorrei andare oltre i soliti consigli ecologici. C’è un problema enorme di cui si parla ancora troppo poco: circa un terzo del cibo prodotto nel mondo viene sprecato. Di fronte a milioni di persone che soffrono la fame, anche nelle periferie delle nostre città, il gesto più semplice e più giusto è evitare lo spreco alimentare. Non sprecare il cibo, acquistare con attenzione e, quando possibile, donare qualcosa in più a mense, parrocchie o centri di accoglienza. È un gesto concreto, ma anche profondamente umano e spirituale».