PHOTO
C’è una piccola croce di latta, lassù, a oltre tremila metri di altitudine, che da vent’anni resiste al vento, alla neve e al passare delle stagioni. Si trova sulla cima del Corno Bussola, a 3.030 metri, in Val d’Ayas, in Valle d’Aosta. A portarla fin lassù, insieme ad alcuni amici, fu don Renzo Zocca, storico parroco del quartiere Navigatori di Verona e fondatore della Fondazione Comunità Ancora. Da allora quella croce è diventata molto più di un semplice segno religioso: è un luogo della memoria, un punto d’incontro tra generazioni, un simbolo di fede, amicizia e condivisione.


Anche quest’estate, durante una settimana di agosto, decine di famiglie della Comunità Ancora sono tornate ai piedi del Monte Rosa per vivere un’esperienza che ormai è diventata una tradizione. Una cinquantina di persone, tra adulti, anziani, giovani e bambini, hanno condiviso giornate di escursioni, riflessioni, giochi, preghiere e momenti di vita comune. La base a valle era la Casa Alpini della Val d’Ayas, trasformata per una settimana in una grande casa di famiglia, dove ciascuno ha portato qualcosa di sé e dove il lavoro silenzioso dei volontari ha reso possibile la convivenza.
A cominciare dai cuochi, anche loro volontari, che per sette giorni hanno preparato colazioni, pranzi e cene per cinquanta persone. Un servizio prezioso, svolto con quella generosità discreta che costituisce da sempre uno dei pilastri della Fondazione Ancora, nata nel 1985 grazie all'intuizione di don Renzo e di un gruppo di collaboratori.
Ma il momento più atteso della settimana è stato quello della salita al Corno Bussola. Un'escursione impegnativa, che richiede fatica, pazienza e determinazione. Quest'anno la comunità ha deciso di affrontarla in modo particolare: una decina di tende sono state montate nella zona dei Laghi Palasinaz, dove il gruppo ha trascorso la notte del 18 agosto sotto un cielo stellato, lontano dalle luci e dai rumori delle città.
Il mattino successivo, smontate le tende, è cominciata la parte più impegnativa dell'ascesa. Dai prati d'alta quota ai pendii sempre più ripidi, fino alle rocce e alla cresta che conduce alla vetta. Un cammino percorso insieme, aiutandosi nei passaggi più difficili, aspettando chi rimaneva indietro, incoraggiando i più piccoli. Perché in montagna, come nella vita, arrivare per primi conta assai meno che arrivare insieme.
C'era anche don Renzo, che ha voluto condividere ancora una volta questa esperienza con la sua comunità. L'età e la fatica lo hanno consigliato di fermarsi prima della cima, attorno ai duemila metri, al campo base nella zona dei laghi. Ma la sua presenza, per tutti, ha rappresentato il filo ideale che lega questa nuova avventura alle tante vissute nel corso degli anni.
«Un'esperienza comunitaria bellissima, che ha cementato il nostro senso dello stare insieme», racconta la professoressa Caterina Aversana, tra i partecipanti. «La montagna ci ha regalato l'occasione di condividere la fatica, la gioia e soprattutto il piacere di essere una comunità, con persone di età diverse unite dallo stesso spirito».
E quando finalmente la piccola croce di latta è apparsa sulla cima, la fatica ha lasciato spazio alla commozione. Da lassù lo sguardo può spaziare sulle grandi vette delle Alpi, dal Monte Rosa al Cervino, dal Monte Bianco al Gran Paradiso. Ma per molti il panorama più importante è quello interiore, fatto di ricordi, affetti e persone che non ci sono più.
Lo racconta la giovane Camilla Rugolotto, che ha affidato alle parole il significato di questa esperienza: «Di fronte a questa emozione, si coglie il senso della salita, della fatica e della dedizione». È il motivo per cui, anno dopo anno, la comunità torna lungo lo stesso sentiero, fino a quella croce collocata da don Renzo e dai suoi amici: «La necessità di sentire la voce dei propri cari più vicina, almeno per qualche ora».
Ma il cammino è stato anche un'occasione per riflettere sulla fragilità della montagna, sui ghiacciai che si ritirano e sui cambiamenti che stanno trasformando il paesaggio alpino. Camilla ricorda che la Val d'Ayas «fa da sfondo, si mantiene nel tempo, regala emozioni, ma non è immutabile e, più di tutto, non è immune». Un richiamo alla responsabilità di custodire un patrimonio naturale che appartiene a tutti e che le nuove generazioni rischiano di conoscere soltanto in parte.
È anche questo uno degli insegnamenti che la Fondazione Comunità Ancora cerca di trasmettere da oltre quarant'anni: la solidarietà non è un principio astratto, ma un modo concreto di vivere. Significa prendersi cura degli altri, condividere il proprio tempo, mettere a disposizione le proprie capacità, rispettare i luoghi che ci ospitano.
Lo si può fare nelle attività sociali e di accoglienza promosse dalla fondazione a Verona, così come nella cucina di una casa alpina, preparando la cena per cinquanta persone. Oppure percorrendo lentamente un sentiero di montagna, aiutando un bambino a superare un tratto difficile o aspettando un compagno rimasto indietro.
E forse il significato più profondo di quella piccola croce di latta, che da vent'anni veglia sulla cima del Corno Bussola, è proprio questo: ricordare che le cose più belle, anche quelle che costano maggiore fatica, acquistano valore quando vengono condivise.





