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Nella sala dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è scoppiato un applauso il 25 marzo 2026, quando gli Stati membri hanno adottato una risoluzione che dichiara la tratta transatlantica degli schiavi come il più grave crimine contro l'umanità. Una giornata che molti hanno definito storica, scelta con cura simbolica: il 25 marzo è la data in cui, nel 1807, il Parlamento britannico approvò l'Abolition of the Slave Trade Act, e da allora è diventata la Giornata Internazionale del Ricordo delle Vittime della Schiavitù.


Un voto che ha diviso il mondo
La risoluzione, proposta dal Ghana, ha ricevuto il sostegno di 123 paesi, mentre tre, Stati Uniti, Israele e Argentina, hanno votato contro, e 52 si sono astenuti, inclusi il Regno Unito e tutti e 27 i membri dell'Unione Europea. L'Italia rientra tra gli astenuti.
La spaccatura geopolitica riflette una tensione profonda tra il riconoscimento morale di un torto storico immane e le sue possibili conseguenze giuridiche ed economiche. Gli Stati Uniti, pur condannando la tratta degli schiavi, hanno dichiarato di non riconoscere «il diritto legale a riparazioni per torti storici che non erano illegali secondo il diritto internazionale al momento in cui si verificarono».
L'Unione Europea, dal canto suo, ha spiegato la propria astensione con riserve di carattere giuridico: l'uso del superlativo «più grave» implica una gerarchia tra crimini contro l'umanità che non ha basi nel diritto internazionale, rischiando di sminuire il dolore delle vittime di altre atrocità.
Cosa chiede concretamente la risoluzione
La risoluzione non è vincolante e non produce effetti giuridici immediati. Eppure ha un peso politico e morale considerevole. Essa invita gli Stati membri delle Nazioni Unite ad avviare colloqui sulla giustizia riparativa, che possono includere scuse formali, misure di restituzione, risarcimenti, riabilitazione e cambiamenti nelle leggi per affrontare il razzismo e la discriminazione sistemica. La risoluzione chiede anche la restituzione «pronta e senza ostacoli» di beni culturali, tra cui opere d'arte, monumenti, pezzi museali, documenti e archivi nazionali, ai rispettivi Paesi d'origine, senza costi.
Per il Ghana, paese promotore della risoluzione e storicamente uno dei principali snodi della tratta verso le Americhe, il voto rappresenta un passo fondamentale. Il ministro degli Esteri ghanese Samuel Okudzeto Ablakwa ha spiegato che la risoluzione «non intende attribuire colpe attraverso le generazioni o le nazioni. Non si tratta di riaprire vecchie ferite; si tratta di garantire che quelle ferite non vengano né dimenticate né negate. Si tratta di creare spazio per la verità, per l'educazione e per una conversazione più onesta che ci permetta di andare avanti con una maggiore comprensione».


Il grido di giustizia che risuona nella storia
Il Segretario Generale dell'ONU António Guterres ha invitato a confrontarsi con le eredità durature della schiavitù: l'ineguaglianza e il razzismo. «Dobbiamo ora rimuovere le barriere persistenti che impediscono a tante persone di discendenza africana di esercitare i propri diritti e realizzare il proprio potenziale», ha dichiarato. La presidente dell'Assemblea Generale, Annalena Baerbock, ha usato parole potenti: «La tratta degli schiavi e la schiavitù figurano tra le più gravi violazioni dei diritti umani nella storia dell'umanità, un affronto ai princìpi stessi sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nate in parte proprio da queste ingiustizie del passato».
La storia: quattro secoli di orrore in cifre
Per comprendere il peso di questa risoluzione, è necessario guardare i dati storici nella loro nudità. Per oltre 400 anni, più di 15 milioni di uomini, donne e bambini furono vittime della tratta transatlantica degli schiavi, uno dei capitoli più bui della storia dell'umanità.
Le stime attuali indicano che circa 12-12,8 milioni di africani furono trasportati attraverso l'Atlantico in un arco di 400 anni. Il numero acquistato dai mercanti era considerevolmente più alto, poiché la traversata aveva un alto tasso di mortalità: tra 1,2 e 2,4 milioni morirono durante il viaggio, e milioni di altri nei campi di acclimatamento ai Caraibi dopo l'arrivo nel Nuovo Mondo. Circa 10,7 milioni di persone sopravvissero agli orrori della traversata dell'Atlantico tra il 1526 e il 1866, per poi finire in schiavitù nelle piantagioni di zucchero, riso, cotone e tabacco nelle Americhe e nei Caraibi.


La tratta ebbe inizio nel XV secolo con il Portogallo e la Spagna, e si estese poi a Francia, Inghilterra e Paesi Bassi. Verso l'inizio del XIX secolo, vari governi agirono per mettere al bando il commercio, sebbene continuasse il contrabbando illegale. Si ritiene generalmente che la tratta transatlantica terminò nel 1867, ma furono trovate prove di viaggi fino al 1873. In Gran Bretagna la tratta fu abolita nel 1807, la schiavitù stessa nel 1833. Negli Stati Uniti l'importazione di schiavi fu vietata nel 1808, ma la schiavitù come istituzione durò fino alla Guerra Civile e all'emendamento del 1865.
Oggi la richiesta di giustizia riparativa che viene dall'ONU risuona con categorie profondamente evangeliche: la memoria delle vittime, il riconoscimento del torto, la riparazione come atto concreto di riconciliazione. Non si tratta di punire i vivi per i peccati dei morti, ma di riconoscere che le conseguenze di quei peccati, le disuguaglianze strutturali, il razzismo sistemico, la povertà ereditata, continuano a plasmare il presente.
La risoluzione, pur non vincolante, pone una domanda morale che nessuno può eludere: cosa significa, oggi, «amare il prossimo» quando il prossimo porta ancora le ferite di una storia che lo ha privato di tutto, del nome, della famiglia, della libertà, della vita?




