C’è un confine sottile, a Lecce, tra la sabbia e il riscatto. Si chiama “Io Salvo” ed è un progetto che oggi smette di essere una promessa per diventare lavoro vero. Tredici detenuti della Casa circondariale sono a un passo dal brevetto di Assistente Bagnanti, pronti a indossare il fischietto non come simbolo d’autorità, ma di responsabilità.

La scena si apre nei Saloni della Prefettura, dove istituzioni e imprese fanno quadrato attorno a un’idea semplice e radicale: il reinserimento passa dal lavoro. Il prefetto Natalino Manno parla di “best practice”, ma dietro l’etichetta c’è una rete che ha saputo scardinare inerzie e diffidenze. La direttrice Maria Teresa Susca lo dice senza giri di parole: senza un mestiere, la pena resta sospesa, senza approdo.

Il percorso è stato intenso, concreto, certificato. E soprattutto spendibile subito. Gli imprenditori balneari delle marine leccesi non hanno esitato: quei tredici uomini lavoreranno già dalla prossima stagione. Una risposta doppia, sociale ed economica, a un settore che soffre la mancanza cronica di personale qualificato.

C’è anche un dettaglio che racconta il senso profondo dell’iniziativa: la deroga concessa dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per permettere ai detenuti di ottenere il brevetto. Non un favore, ma il riconoscimento che il recupero è interesse pubblico.

E mentre si preparano le prove finali, tra defibrillatori e onde di San Cataldo, il progetto guarda oltre: alberghi, agricoltura, altri mestieri. Perché il riscatto, qui, non è uno slogan. È un turno di lavoro che comincia all’alba, sul bagnasciuga.