«La situazione resta estremamente complessa». Il generale Diodato Abagnara, capo missione e comandante delle forze Unifil parla di «un contesto operativo in continua evoluzione». Intanto a Washington il Segretario di Stato, Marco Rubio ospita oggi, 14 aprile, gli ambasciatori di Israele e Libano per colloqui che dovrebbero portare a un cessate il fuoco con possibilità di disarmo a lungo termine di Hezbollah e firma di un accordo di pace tra i due Paesi. Un colloquio, quello al quale partecipano l'ambasciatore statunitense in Libano, Michel Issa, il consigliere del Dipartimento di Stato, Michael Needham, l'ambasciatore israeliano, Yechiel Leiter e l'ambasciatrice libanese Nada Hamadeh che, a così alto livello, no si teneva dal 1993. E che arriva mentre si assiste a «una fase di crescente intensità, con un quadro umanitario che si sta rapidamente deteriorando».

Generale, cosa sta succedendo?

«Da un lato si registrano segnali di apertura diplomatica, dall’altro proseguono attività militari anche in aree densamente popolate. È una fase che possiamo definire di “negoziati sotto il fuoco”, dove dinamiche di dialogo e azione militare coesistono. In questo scenario, UNIFIL continua a operare con equilibrio e senso di responsabilità, mantenendo attivi i canali di dialogo tra le parti e contribuendo a contenere i rischi di escalation. Il nostro impegno è quello di evitare un ulteriore deterioramento della situazione e, al tempo stesso, restare, in sicurezza, vicini alla popolazione civile, che continua a pagare il prezzo più alto della crisi».

Anche Unifil ha pagato con l’uccisione di tre caschi blu.

«La morte dei tre peacekeeper indonesiani è stata una grave perdita e ci ha segnato profondamente. È paradossale pensare che si possa morire servendo la causa della pace».

L’esercito israeliano ha sparato anche contro un mezzo italiano.

«C’è un’indagine in corso perché c’è stata una chiara violazione del diritto internazionale. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha protestato con le Nazioni Unite e con il governo israeliano. Io sono intervenuto nei confronti dei comandanti israeliani e a Tel Aviv per ribadire che queste situazioni sono inaccettabili e devono essere evitate non solo nei confronti degli italiani, ma di tutto il contingente».

Ad agosto c’è stata la decisione Onu di smobilitare la missione Unifil a partire dal gennaio 2027. Cosa succederà?

«Si tratta di un orizzonte temporale definito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che deve essere interpretato in una prospettiva strategica e basata sulle condizioni sul terreno. L’obiettivo non è un semplice ritiro, ma una transizione responsabile e graduale, volta a preservare i risultati conseguiti, evitando vuoti di sicurezza lungo la Blue Line e rafforzando progressivamente il ruolo e la responsabilità delle autorità statali libanesi, in particolare delle Forze Armate. Unifil rappresenta oggi l’unica presenza internazionale stabile nel Sud del Libano e la sua presenza continua è un elemento fondamentale di stabilità e di collegamento tra le parti. Sono allo studio diverse opzioni che saranno discusse a giugno. Si va da una possibile proroga a una riconfigurazione della presenza internazionale o a forme di supporto differenti ma comunque ritenute efficaci. A mio parere, senza Unifil, o una forza internazionale, esisterebbe il rischio concreto di un vuoto di sicurezza lungo la Blue Line, con conseguenze potenzialmente molto più gravi per la popolazione e per l’equilibrio della regione».

La decisione del Presidente della Repubblica di limitare le armi a Beirut alle sole forze statali è praticabile? Unifil avrà un ruolo?

«Si tratta di un obiettivo politico importante, perché va nella direzione di rafforzare la sovranità dello Stato e la centralità delle istituzioni libanesi. Tuttavia, la sua attuazione richiede tempo, equilibrio e un consenso interno che spero passa essere pienamente consolidato in brevissimo tempo. Unifil non ha un ruolo diretto nell’applicazione di queste decisioni, ma contribuisce creando un contesto più stabile, sostenendo le Forze Armate libanesi e favorendo il dialogo tra le parti. Sono condizioni indispensabili affinché misure di questo tipo possano essere attuate in modo sostenibile.

Si parla di cambiamento delle regole di ingaggio: cosa significa concretamente e come si garantisce la sicurezza dei militari italiani?

«Unifil opera nel pieno rispetto della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con un mandato chiaro di peacekeeping, non di combattimento. La nostra azione è guidata dal mandato delle Nazioni Unite e non da logiche di intervento militare diretto. Oggi è sicuramente corretto parlare di adattamento. Abbiamo adattato la nostra postura operativa, riducendo le attività non essenziali e rafforzando quelle logistiche e umanitarie. La sicurezza del personale è la nostra priorità assoluta: abbiamo rafforzato in modo significativo la protezione individuale, delle basi, dei movimenti e degli assetti, garantendo al contempo la continuità operativa e sostegno al supporto umanitario e alla protezione dei civili ma ogni decisione rimane al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Per quanto ci riguarda e con particolare riferimento al contingente italiano che è il più numeroso con i suoi 1.200 uomini, il morale resta elevato, grazie alla professionalità dei nostri militari e alla vicinanza delle istituzioni dal Governo al Ministro della Difesa, allo Stato Maggiore della Difesa, al Comando Operativo di Vertice Interforze e al supporto delle nostre famiglie, che rappresentano un sostegno fondamentale in questo momento».

Nei villaggi cristiani del sud si riesce a garantire l’accesso ai beni di prima necessità? Dopo episodi come il blocco del convoglio del Nunzio, come vivono le comunità?

«La situazione resta difficile, ma vi è un impegno costante per garantire l’accesso ai beni essenziali. Oggi la facilitazione degli aiuti e la protezione dei civili di tutte le religioni sono al centro della nostra azione. In molte aree, comprese quelle a maggioranza cristiana, Unifil rappresenta un punto di riferimento e contribuisce a mantenere aperte le principali linee di rifornimento. Accanto a questo, sono in corso iniziative concrete di solidarietà, anche in stretto raccordo con importanti realtà religiose e umanitarie presenti in Libano, dove operano il Patriarca maronita, Cardinale Bechara Boutros Raï e il Nunzio Apostolico, Arcivescovo Paolo Borgia. In particolare, la Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con il Covi, donerà materiali e ausili sanitari; la Fondazione Banco Farmaceutico Onlus fornirà farmaci, inoltre, UNIFIL stessa contribuisce direttamente con materiale sanitario, abbigliamento e arredi e materiale alimentare. Sono interventi che, pur nella difficoltà del contesto, aiutano concretamente le comunità più vulnerabili e mantengono viva una rete di solidarietà fondamentale.

C’è uno spazio di speranza?

«In una situazione come questa, è fondamentale non perdere di vista il valore della pace e la speranza di stabilità e dialogo. In questo contesto complesso ci sono comunque volti, famiglie, storie e una stabilità da ricercare e preservare da ambo le parti Unifil continua a operare con determinazione, mantenendo credibilità e presenza sul terreno. In una fase di crisi come questa, a mio parere, la nostra presenza non è solo utile, ma essenziale. Il nostro compito non è solo garantire sicurezza, stabilità e ma anche custodire uno spazio di dialogo e di umanità. La pace non è un concetto astratto, è un bisogno concreto delle persone e lo perseguiamo insieme».