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All'ingresso dell'ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, alla periferia nord di Milano, c'è un'insegna di legno dipinta d'arancione. Ci sono scritte sopra cinque parole: Da vicino nessuno è normale. Non è uno slogan su una locandina, non è il titolo in piccolo su un volantino. È grande, colorata, impossibile da ignorare. È lì da trent'anni, e ogni anno torna a fare la sua domanda silenziosa a chiunque passi.
Thomas Emmenegger ha settantadue anni, un accento svizzero che non ha mai abbandonato e lo sguardo di chi ha imparato a guardare le persone senza catalogarle. È presidente di Olinda, il gruppo di organizzazioni che da oltre trent'anni gestisce il riuso di questo luogo: dove fino al 2000 c'era il manicomio, oggi ci sono un ristorante che funziona davvero, un teatro che fa sold out, un ostello. E quell'insegna arancione che dà il nome al festival, arrivato quest'anno alla sua trentesima edizione.
Quando Olinda cominciò a lavorare al Paolo Pini, il manicomio era ancora aperto. I primi sei o sette anni furono fatti con i cancelli ancora in funzione, con le persone ancora dentro. «Il nostro primo compito era immaginare qualcosa che non c'era ancora», racconta Emmenegger. «Decostruire quella enorme scatola nera. Trovare alternative abitative e lavorative per le persone che ci vivevano». Lo chiama un'etica della possibilità, e la contrappone a quella che definisce un'etica della probabilità: quella dei dati, delle categorie, delle specializzazioni sempre più fitte. «A noi interessava il contrario: partire da un soggetto completo e avvicinarsi a lui senza dover subito risolvere il dilemma di che cosa ha».


Dal 30 maggio al 30 giugno, il festival torna a fare di questo spazio una piccola capitale del pensiero scomodo. Si inaugura con La Tempesta di Shakespeare, nella versione di Teatro la Ribalta: attori e danzatori professionisti con disabilità, inquadrati a tutti gli effetti come lavoratori dello spettacolo. Una scelta che è già una dichiarazione politica. Seguiranno Atomica, costruita sul carteggio tra il filosofo Günther Anders e Claude Eatherly, il pilota che diede l'ok per la bomba su Hiroshima e non riuscì mai a tornare a casa da sé stesso; Dedicato, il racconto in prima persona di una malattia che ancora non sa come andrà a finire; I Persiani di Eschilo, che parla di guerra come specchio e non come balsamo. Un cartellone che non insegue l'attualità ma la nomina con un linguaggio più preciso di quello dei telegiornali.
Trent'anni dopo, l'insegna arancione rischia di diventare addomesticata? Di trasformarsi in uno slogan da maglietta? Emmenegger non ci pensa su a lungo. «No. Anzi, oggi è più necessaria di allora. Perché oggi c'è questa fortissima tendenza alla catalogazione. I giovani vengono raggiunti da un esercito di specialisti che, per legittimarsi, devono disporre di categorie sempre più differenziate. E molte delle difficoltà che i ragazzi vivono sono passeggere, legate a una certa età, e potrebbero essere superate, ma solo se si sa allargare la forza d'immaginazione sul loro futuro, invece di restringerlo insieme a loro».


È qui che il discorso prende la piega più concreta e più urgente. Non-scuola, il laboratorio teatrale per adolescenti che Olinda porta avanti da quindici anni, compie quest'anno un compleanno dentro il compleanno. Ragazzi con fragilità psichiche, ragazzi con difficoltà sociali, ragazzi che apparentemente non hanno niente: tutti insieme, ogni venerdì, un weekend al mese, per un anno intero. Lavorano a uno spettacolo collettivo. Il 29 e il 30 giugno lo porteranno in scena. «La cosa fondamentale», spiega Emmenegger, «è che sanno tutti che quello che fanno funziona solo se lo fanno insieme. Il mio successo dipende da quanto è bravo l'altro. Chi non è molto bravo non viene lasciato indietro. E questo dà una motivazione fortissima, un senso».


C'è un episodio che racconta bene dove può arrivare un progetto che parte piccolo. L'anno scorso i ragazzi di Non-scuola - il gruppo teatrale promosso da Olinda con i giovani del territorio - hanno portato in scena Lisistrata al Piccolo Teatro di Milano, insieme ad adolescenti dell'area vesuviana. Quasi nessuno di loro c'era mai stato. Sono entrati come protagonisti. Un'esperienza che Emmenegger definisce «molto molto forte», con quella misura svizzera che dice più di un superlativo.
Il parco del Paolo Pini è verde e grande. Un tempo era il confine del mondo per molte persone. Oggi ci passano famiglie, studenti, curiosi attratti dall'insegna arancione o da un passaparola, da un manifesto. Il ristorante apre a pranzo. Di sera si va a teatro.


Non è una metafora: è un posto reale, con i problemi reali di tenere insieme un'impresa e una vocazione, i conti e le persone, il mercato e la dignità. «Non lo possiamo fare da soli», dice Emmenegger. «Abbiamo sempre avuto bisogno di architetti, designer, artisti, di chiunque sapesse reimmaginarsi le funzioni di uno spazio e farlo diventare un luogo.»
Trent'anni. E quell'insegna di legno colorata d'arancione è ancora lì, con la sua domanda impossibile da ignorare. Non come consolazione. Come invito a guardare.





