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Ha diciotto anni, ma parla come chi ha già attraversato una frattura. Non quella tra adolescenza e maturità, troppo facile, ma quella più sottile e più radicale tra ciò che ti hanno detto che sarai e ciò che inizi a intuire di essere. Francesco di Tullio, volto emergente della serie tv Mare fuori, porta a teatro GEN Z, un monologo che è insieme confessione e sfida. Il 17 aprile al Teatro Leonardo di Milano non interpreta una generazione: la espone.
«È l’età del dubbio», dice. E non è una formula, è un campo minato. «Metti in dubbio tutto. La scuola, il futuro, le scelte fatte fino a quel momento. Ti trovi in mezzo al niente». Non c’è appiglio, se non una responsabilità improvvisa. «Devi capire chi sei davvero e costruirti il mondo intorno. E questa cosa non l’hai mai fatta prima».


È qui che si rompe l’equivoco più grande sugli adolescenti: non l’assenza di pensiero, ma il suo eccesso. Non la superficialità, ma il sovraccarico. «Se lasci scorrere le cose, ti perdi. Devi prendere in mano quello che hai adesso, lavorarci sopra». Parole che suonano adulte, ma che nascono da una precarietà reale. «Se no succede che stai in mezzo a mille cose e non capisci quale è giusta per te».
Di Tullio questa tensione la vive su un doppio binario. Da una parte la scuola, la quotidianità di un liceo artistico, dall’altra un set televisivo, un lavoro vero, responsabilità concrete. «Ho un piede in due scarpe», ammette. «Ma mentalmente mi sento più grande. Quando lavori con persone che lo fanno da anni, non sei più un ragazzo: sei uno che deve stare al passo». L’esperienza di Mare fuori non è solo visibilità. È un’accelerazione esistenziale. «A 17 anni [ora ne ha 18 e mentre lavora prepara la maturità artisitca ndr] mi sono trovato in un ambiente dove lavoravo come tutti gli altri. E questo ti cambia. Ti fa capire che puoi fare qualcosa che ti piace e che può diventare la tua strada». Ma la consapevolezza non elimina il rischio, lo sposta. «Se mi fermo a pensare troppo, vado nel panico. Allora scelgo di vivere quello che sto vivendo».
Vivendo, imparando, senza sottrarsi. «Non mi voglio privare di niente. Né delle esperienze né della felicità che sto provando». È una forma di resistenza silenziosa, contro una cultura che chiede ai giovani di essere già definiti. Lui, invece, rivendica il diritto alla ricerca.


Il monologo GEN Z nasce proprio da qui: dal bisogno di raccontare questa zona grigia. Non una generazione compatta, ma un mosaico. «Per parlare dei giovani bisognerebbe evitare di generalizzare», dice. Eppure una linea la traccia. «Gli adulti si pongono per insegnare. Pensano di sapere di più, ed è vero, per esperienza, ma non sempre ascoltano».
È uno scarto di postura, prima ancora che di contenuto. «Ci vorrebbe più ascolto da entrambe le parti». Perché anche i ragazzi, ammette, reagiscono male. «Si sentono giudicati e si allontanano». Il risultato è un dialogo mancato, un reciproco fraintendimento. «Gli adulti vogliono proteggerci, ma a volte esagerano. Creano una bolla. E quando esci da quella bolla, ti perdi».


Giudicati e invisibili, insieme. È questa la contraddizione che attraversa il racconto pubblico dei giovani. Da una parte l’allarme continuo, violenza, disagio, devianza, dall’altra la rimozione dell’impegno quotidiano. «Fa più notizia un fatto negativo», osserva. «Se dei ragazzi puliscono un parco, lo dimentichi subito. Se c’è un accoltellamento, resta».
Ma è una narrazione che deforma la realtà. Non la spiega. “Non penso che creare paura aiuti a risolvere i problemi”. Piuttosto, invita a guardare alle cause. A ciò che spinge un ragazzo a leggere nel modo sbagliato una storia, un’immagine, un esempio. «Le persone prendono quello che vogliono da ciò che vedono. È sempre stato così». Per questo respinge l’equazione semplicistica tra finzione e violenza. Mare fuori non è un manuale, è uno specchio. «Racconta ragazzi che stanno male, che cercano di cambiare vita. Se qualcuno prende il lato sbagliato, non è colpa della serie». Semmai, è il segnale di qualcosa che viene prima.
E prima c’è anche la politica. O meglio, il rapporto complicato con essa. «Non è disinteresse», chiarisce. «È che non ci sentiamo rappresentati». Ma quando una questione tocca corde profonde, la risposta arriva. «Se c’è qualcosa che sentiamo giusto, ci mettiamo in gioco». Le piazze, le mobilitazioni, il voto quando possibile: forme diverse di una stessa esigenza. Non ideologia, ma concretezza. «Ci muoviamo su cose vere, come votare al referendum costituzionale al quale ho partecipato tornando a casa per esprimere la mia, da cittadino dell’oggi, non del domani». È una politica meno mediata, più immediata, meno legata alle strutture tradizionali. E forse per questo meno riconosciuta.


Alla fine, però, il discorso torna sempre lì: al tempo. O meglio, al suo inganno. «Il passato non esiste, il futuro è una proiezione». Una frase che potrebbe sembrare astratta, se non fosse radicata in un’esperienza concreta. «Quello che conta è stare bene nel presente. Fare del bene agli altri. Se non ci aiutiamo tra di noi, non ha senso niente».
È una visione etica prima che generazionale. E anche una paura, confessata senza difese. «Ho paura di non vivere davvero questo momento. Di pentirmene dopo». Non del fallimento, non della scelta sbagliata. Ma della distrazione. Forse è questo il punto cieco degli adulti quando parlano dei giovani: scambiano l’incertezza per vuoto, la ricerca per fragilità, la lentezza per disimpegno. E invece, sotto, c’è una tensione continua. Un lavoro invisibile.
Francesco di Tullio lo porta in scena, ma soprattutto lo abita. Senza slogan. Con una frase che resta: «Devi prendere in mano quello che hai adesso». E farne qualcosa. Anche senza sapere ancora cosa.



