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«Le nostre città diventano luoghi più sicuri quando riescono ad ascoltare i bisogni e le aspirazioni di tutte e tutti, soprattutto dei giovani che commettono reati. Contrastare la recidiva significa creare opportunità concrete di cambiamento, investire in cultura, istruzione, lavoro, cura e spazi pubblici, restituire dignità, sostenere ogni ragazzo e ogni ragazza affinché trovi nella comunità il suo posto», dice Barbara Pierro, 51 anni, coordinatrice del progetto “La mia banda è pop” e presidente dell’associazione “Chi rom e…chi no”, che da oltre venti anni opera a Scampia.


«Mettere i ragazzi al centro, ascoltarli, scoprire i loro interessi, dare spazio alla dimensione del sogno oltre che a quella dei bisogni, per provare a cambiare rotta: tutto ciò è stato possibile con il supporto di una rete fittissima di enti pubblici e privati, in costante ascolto e confronto. È quindi questo il segreto del successo di “La mia banda è pop”, progetto selezionato dal fondo “Con i bambini” per il contrasto della povertà educativa minorile, che per oltre quattro anni ha offerto ai ragazzi in area penale e alle loro famiglie percorsi individualizzati e cuciti su misura per ognuna o ognuno di loro. Perché è fondamentale “maneggiare con cura” soprattutto i più giovani e i più fragili affinché questi possano non commettere ancora reati, esplorare nuove strade e intraprendere nuovi percorsi di vita che portano una ricaduta positiva su tutta la comunità», continua Barbara.


Il progetto sociale è durato più di quattro anni e si è svolto nelle aree metropolitane delle città campane di Napoli, Caserta, Salerno, Avellino e Benevento. Sono stati coinvolti 900 minori, di cui 80 soggetti a misure alternative e di messa alla prova con azioni di presa in carico individualizzata. Grazie al lavoro congiunto di attori istituzionali e sociali come gli Uffici del Servizio Sociale Minori dei Tribunali di Napoli e Salerno, le scuole, gli enti del terzo settore e del mondo imprenditoriale, sono state messe in campo strategie, metodi e pratiche per rendere i ragazzi, le ragazze, le famiglie e la comunità protagonisti della trasformazione personale e collettiva.


«In questo periodo, insieme alla mia educatrice, ho imparato tante cose e la ringrazio per aver aspettato i miei tempi. Mai avrei creduto di vivere la messa alla prova così bene. Oggi sono felice di aver imparato tante cose. Nelle poche cose che faccio io, metto tutto me stesso, e l’altra sera con un amico di mio padre sono riuscito ad avere una chiacchierata riuscendo a dare delle risposte concrete su cose che ho capito studiando qui. Quando sono arrivato ero in un momento molto delicato e nella mia educatrice ho trovato tanto sostegno: ho sentito dentro me di potermi aprire», racconta M. che ha meno di 18 anni, per questo motivo riportiamo solo l’iniziale del suo nome. «La mia testa prima era sempre altrove» - aggiunge -, e continua: «e mai avrei pensato di uscire da questa situazione. È stato tipo un click, ho deciso di dire basta, di impegnarmi per cose che realmente servono a me e alla mia vita, l’ho promesso a me stesso. Sono tanto pentito degli sbagli commessi nel passato ma adesso sono sicuro di voler rimediare. Ora vivo di nuovo una vita serena, ho delle paranoie ma si va avanti. Il volontariato in cucina sta andando bene ma vorrei ridurre qualche ora perché l’educatrice mi ha convinto ad iscrivermi a scuola e vorrei studiare tanto anche con lei, così mi sento più sicuro. Sono in un posto dove le persone credono in me».


Lo scorso 5 giugno, al MOSS, l’ecomuseo urbano di Scampia, è stato presentato il progetto attraverso le storie raccolte in un piccolo quaderno collettivo dal titolo, appunto, “Maneggiare con cura”, accompagnato dalla prefazione di Marco Rossi Doria, insegnante, esperto di politiche educative e sociali, ex sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca dal 2011 al 2014 nei governi Monti e Letta. Le ragazze e i ragazzi che hanno partecipato al progetto sono stati presenti con le loro famiglie per testimoniare quanto è importante che attorno alla vulnerabilità si costruisca un cerchio.
«I ragazzi che hanno seguito un percorso, e che sono motivati nel proseguirlo anche dopo il termine del processo penale, molto verosimilmente non ricadranno nella commissione di un reato perché hanno trovato un lavoro, perché hanno stretto delle relazioni che gli hanno spiegato quanto sia importante camminare sulla retta via, quindi è fondamentale - lo sostengo da tempo - che la parentesi penale non costituisca solamente una parentesi nella vita di un ragazzo e quindi terminata la fase del processo rientra nel territorio di appartenenza e riprende la vita che svolgeva precedentemente. I ragazzi devono essere arricchiti e preparati ad affrontare la vita nel rispetto del prossimo, delle relazioni, delle regole», conclude Paola Brunese, presidente del Tribunale per i minorenni di Napoli.





