Può l’amore di un genitore per i propri figli essere un amore malato? La domande è inevitabile dopo che il procuratore di Sulmona, Luciano D'Angelo lo ha affermato nel corso della conferenza stampa in cui spiegava come si era riusciti a ritrovare le due sorelline date per scomparse da più giorni e che hanno tenuto un’intera nazione con il fiato sospeso. Il procuratore ha specificato che "Questa è una vicenda che non ha nulla a che vedere con la criminalità, ma solo con un amore genitoriale malato.”

La “malattia” in questa storia si è trasformata in una vicenda dai risvolti penali in cui il destino delle due minorenni è stato per giorni incerto a causa dello scellerato progetto della mamma che ha sottratto le due figlie alla comunità in cui erano state accolte dopo la sospensione della patria potestà di entrambi i genitori.

In azione, vediamo un genitore che decide della sorte delle proprie figlie come se fossero bambole il cui destino non è negoziabile con nessuno, nemmeno con l’altro genitore, ovvero il papà che per giorni ha cercato in tutti i modi di capire che cosa fosse successo alle due figlie.

Fatti come questi ci rendono chiaro che i servizi sociali non “portano via” i bambini alle loro famiglie, ma quasi sempre li proteggono da famiglie che non sanno dare loro l’amore e la cura di cui hanno bisogno. In questo caso, in una lettura puramente affettiva dei fatti, si potrebbe pensare che una mamma ha diritto a riprendersi due figlie che sente di volere avere accanto a sé. Ma non è rapendole e nascondendole che questa madre può tutelare il suo e il loro diritto alla relazione familiare. Implicitamente, con il suo piano d’azione, questa mamma ha raccontato al mondo perché le sue figlie si trovavano in un luogo in cui venivano protette proprio dalla persona che avrebbe dovuto amarle di più. Il dato di fatto è che la competenza genitoriale non si concentra su ciò che il genitore vuole, ma su ciò che ad un figlio serve. Troppo spesso i genitori pensano di avere tutti i diritti decisionali sul percorso di crescita dei loro figli. Ma non sempre è così. Perché il diritto del genitore non può mai ledere il diritto del bambino. Questa faccenda si fa particolarmente complessa nelle vicende che hanno al centro la separazione coniugale, l’evento per cui due persone decidono di non condividere più la loro vicenda amorosa, ma al tempo stesso sono chiamati – per amore e per legge – a mantenere viva e attiva la loro alleanza genitoriale. Purtroppo, nelle separazioni, le alleanze spesso saltano tutte, anche quelle che dovrebbero riguardare la cura e l’educazione dei figli, due dimensioni che spesso si trasformano in un campo di battaglia di cui i figli diventano prigionieri e ostaggi, per poi trasformarsi in vittime designate.

Se proviamo ad entrare nella mente e nel cuore di queste due minori trasferite da una comunità ad un appartamento in cui vivevano segregate in una stanza senza possibilità di uscire e interagire con nessuno, possiamo solo immaginare il senso di sconcerto, disorientamento e vulnerabilità che devono avere sperimentato.

Questa storia, triste e terribile allo stesso tempo, deve servire a richiamare tutti noi adulti ad un principio fondamentale: i nostri figli non sono di nostra proprietà. Il nostro compito è prepararli e consegnarli alla vita, diventando garanti a tutori del loro percorso di crescita. Lo dobbiamo fare con l’amore, con la competenza, con l’attenzione che meritano e lo dobbiamo fare, a volte, anche contro noi stessi. Ovvero, non sempre il bene dei nostri figli coincide con il bene che noi abbiamo in mente per loro e su loro. Di questo a volte si dimenticano i genitori ed in queste situazioni è sacrosanto che il benessere dei bambini venga tutelato e garantito da un sistema di tutela minori che molte volte viene invece criticato e il cui compito è spesso difficile e ostico, proprio perché si deve svolgere in contesti fragili, difficili e mancanti di chiarezza e consapevolezza rispetto a ciò che è fondamentale per garantire una crescita sana ad un minore.