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Fiori e testimonianze di affetto per il piccolo Domenico all'esterno dell'ospedale Monaldi di Napoli.
La morte del piccolo Domenico, a cui il destino ha tolto persino l’ultima possibilità – un cuore arrivato e poi perduto per un incidente gravissimo nella catena dei soccorsi – ci consegna una storia che chiede, prima di tutto, rispetto. Rispetto per una famiglia travolta da una tragedia senza nome. Rispetto per un bambino che è diventato “un caso” suo malgrado, ma resta una vita spezzata.
Eppure, intorno a questa morte, si è alzato un nuovo rumore assordante. L’Ospedale Monaldi, centro di eccellenza per le patologie cardio-polmonari e i trapianti, si è trovato improvvisamente sotto attacco: pagine social chiuse per l’ondata di insulti e minacce, operatori sanitari intimoriti, visite annullate per il clima di paura. E così il dolore, anziché chiedere verità e responsabilità, sembra avere bisogno di un bersaglio immediato. E l’indignazione, invece di diventare domanda di giustizia, scivola nel tifo: buoni contro cattivi, colpevoli da additare in tempo reale.
Un caso – per quanto drammatico – non può gettare fango su un’intera struttura, né su una categoria intera: i medici. Non è un atto di difesa corporativa, ma di onestà intellettuale. Le responsabilità vanno accertate, le falle vanno illuminate senza sconti, i protocolli rivisti se necessario. Ma trasformare un ospedale in un nemico pubblico significa colpire anche chi, ogni giorno, lavora per strappare vite alla morte con competenza e dedizione. Significa scoraggiare, ferire, rendere più fragile un servizio fondamentale che già, dopo il Covid, opera in condizioni difficili.
C’è un lato oscuro che emerge, puntuale, nelle nostre reazioni collettive: diventiamo tifosi della rabbia. Scegliamo una curva, urliamo lo slogan, chiediamo la testa di qualcuno. È una scorciatoia emotiva: ci illude di fare giustizia, in realtà produce solo altra violenza. E la violenza – verbale prima ancora che fisica – non ripara nulla. Non restituisce un figlio, non migliora i sistemi, non rende più sicuri i percorsi di cura.
La verità invece ha bisogno di tempo, di inchieste serie, di parole misurate. Il dolore chiede ascolto e vicinanza a chi soffre, non gogna, minacce e insulti. Se vogliamo davvero onorare la memoria di Domenico, smettiamo di cercare un nemico da colpire e cominciamo a pretendere, piuttosto, che gli errori vengano chiariti, che le cure migliorino, che il nostro sistema sanitario non venga smantellato o denigrato ma sostenuto.




