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Ormai il tema legato all’intelligenza artificiale non è più un tabù: stiamo imparando a conoscerla e ad applicarla nei vari ambiti della nostra vita quotidiana, nel bene e nel male. Senza entrare in discorsi etici legati all’applicazione di questa nuova tecnologia, è importante capire dove viene utilizzata e perché. A questo scopo Intesa San Paolo e Università Campus Bio-medico di Roma hanno pubblicato il primo studio sulla diffusione dell’intelligenza artificiale nella sanità.
Dallo studio emerge che l’Ia è già una realtà assodata per il settore MedTech italiano, che è uno tra i più vivaci in Europa. Basti sapere che il 78% delle aziende l’ha già integrata nei prodotti o servizi e il 61% si trova in fasi avanzate di sviluppo. Nonostante la diffusione sempre più capillare, l’intelligenza artificiale non riesce ancora a giungere ai pazienti e ad entrare in modo significativo nei reparti.
Le barriere che non permettono all’intelligenza artificiale di giungere concretamente al letto di chi soffre e di trasformare i modelli di cura non sono di natura tecnologica. Non mancano le idee o le macchine ma, secondo lo studio, il vero ostacolo è burocratico: quasi il 70% delle imprese intervistate segnala la complessità delle regole come il freno principale. A questo si aggiunge la difficoltà di trovare professionisti capaci di gestire le certificazioni e la carenza di fondi.


Un altro punto cruciale sollevato dall’Osservatorio riguarda la geografia della salute. Spesso pensiamo che la grande medicina abiti solo nei grandi ospedali cittadini. Tuttavia, il Professor Leandro Pecchia, direttore di Tech4GlobalHealth, avverte che le vere sfide oggi si giocano sul territorio. L'innovazione è ancora troppo "ospedale-centrica", mentre le necessità dei cittadini – si pensi agli anziani o ai malati cronici – sono legate alla vita quotidiana, alla casa, alla prossimità.
L'intelligenza artificiale non deve essere un lusso per pochi centri d’eccellenza, ma uno strumento per rendere il sistema sanitario più equo. «L’Ia è una leva critica per garantire sostenibilità e competitività» spiega Pecchia. Se usata bene, può permettere a un medico di seguire un paziente a chilometri di distanza con la stessa precisione di un reparto specializzato, ridando ossigeno a una sanità territoriale spesso in affanno.
Ma come si traduce questa tecnologia in un beneficio reale? La risposta sta nella formazione. Non basta acquistare un software moderno se poi l’intera organizzazione sanitaria – dai dirigenti ai medici di base – non viene messa in condizione di usarlo. Serve un cambio di mentalità che coinvolga tutto il personale, per evitare che la tecnologia sia vissuta come un peso invece che come un aiuto.
L'impegno dell'Università Campus Bio-Medico e di Intesa Sanpaolo ha già ottenuto un riconoscimento straordinario: il laboratorio è stato accreditato come Centro Collaboratore dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'ingegneria biomedica. È un segnale di speranza che ci dice che l'Italia può guidare la rivoluzione digitale della salute senza perdere la sua vocazione umana.






