Le domande di accesso ai corsi di laurea in Infermieristica continuano a diminuire: nell’anno accademico 2023-24 il calo medio è del 10% e, per la prima volta, in alcuni atenei i posti a bando non vengono coperti. Un segnale d’allarme che investe direttamente il futuro del Servizio sanitario nazionale.

Ne parliamo con Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), che chiede interventi strutturali immediati per tutelare il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione.

Gli stipendi degli infermieri italiani restano molto più bassi rispetto a quelli europei. Quanto pesa questo divario?

«È indispensabile riconoscere agli infermieri il reale livello di specializzazione e i titoli universitari conseguiti, tenendo conto anche del costo della vita, soprattutto nelle grandi città. Nei Paesi che lei cita – come Regno Unito, Svizzera o Paesi Bassi – gli stipendi sono storicamente più alti, anche del 30%, perché inseriti in contesti economici diversi. Colpisce però la scelta recente della Polonia che, con una legge dello Stato, ha deciso di valorizzare infermieri e ostetriche: un atto politico e culturale che ridefinisce il valore della professione, riconoscendo finalmente chi ha una formazione avanzata anche sul piano delle responsabilità e del reddito».

Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI)
Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI)
Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI)

Salari bassi, carichi di lavoro, poche prospettive: perché tanti infermieri lasciano l’Italia o la professione?

«La Svizzera è spesso citata come un paradiso retributivo, ma le sofferenze professionali sono simili ovunque. Lo racconta bene il film L’ultimo turno della regista Petra Volpe, che documenta un turno notturno di un’infermiera dei nostri giorni. La questione infermieristica è un problema sociale globale. I nostri giovani sono molto richiesti all’estero già durante l’università e questo rende ancora più amaro il fatto che l’Italia investa in una formazione di eccellenza che poi crea valore fuori dal Paese. A fare davvero la differenza sono le prospettive di carriera: l’introduzione delle lauree magistrali specialistiche va proprio in questa direzione, differenziando la professione e garantendo a chi studia di più ruoli e retribuzioni adeguati».

I giovani non scelgono più Infermieristica?

«I posti a bando sono moltissimi, oltre ventimila ogni anno, perché il fabbisogno cresce rapidamente con l’invecchiamento della popolazione. Non si tratta di una fuga dalla professione, ma di un fabbisogno che aumenta molto più velocemente della propensione dei giovani a intraprendere questo percorso. Inoltre, diminuiscono i nati in Italia e quindi i diplomati e gli iscritti all’università in generale. Infermieristica, a differenza di altri corsi, richiede una forte presenza in aula e tanto tirocinio fin dal primo anno. Sono dinamiche complesse che riguardano molte professioni di cura».

Lei insiste sul fatto che il problema non sia solo numerico, ma anche qualitativo. La formazione oggi è adeguata?

«Oggi, in Italia, dal punto di vista della norma e delle istituzioni, gli infermieri sono considerati tutti uguali: uno vale uno. Ma nel nostro lavoro quotidiano abbiamo compreso da tempo che non può più essere così. Esiste una profonda diversità dei setting assistenziali e le lauree specialistiche in Cure Primarie e Sanità pubblica, in Cure Pediatriche e Neonatali, in Cure Intensive e nell’Emergenza nascono proprio dall’esigenza di rispondere ai nuovi bisogni di salute di un paziente sempre più complesso, fragile, comorbido e multiproblematico. Questi percorsi si sviluppano lungo le tre direttrici del sistema salute e sono strettamente legati ai bisogni epidemiologici dei cittadini».

Qual è l’area più strategica?

«L’area neonatale e pediatrica: i bambini e gli adolescenti di oggi sono gli adulti di domani e, se li accompagniamo in una crescita sana e appropriata, abbiamo la possibilità di avere anziani con meno patologie croniche e meno condizioni invalidanti».

In molti Paesi europei gli infermieri hanno maggiore autonomia clinica. È una riforma urgente anche per l’Italia?

«Non si può attendere oltre. La principale sfida che ci aspetta è l’innovazione, che per gli infermieri riguarda più ambiti: dalla formazione all’esercizio professionale, fino ai modelli organizzativi. Le nuove lauree specialistiche innovano la formazione e aumentano le competenze proprio per consentire maggiore autonomia. Ma per costruire la sanità del futuro serve coraggio e la capacità di superare i silos che ancora caratterizzano il sistema: pubblico e privato, ospedale e territorio, dipendenti e convenzionati. Occorre ragionare in termini multidimensionali e multiprofessionali. Alla formazione specialistica accademica devono corrispondere percorsi di carriera chiari e riconoscimenti economici certi, in grado di intercettare anche le aspettative dei giovani che si avvicinano alla professione».

La relazione di cura resta centrale nel lavoro infermieristico?

«Per noi la relazione è una parola d’ordine. Come recita l’articolo 4 del Codice deontologico, il tempo di cura è tempo di relazione. Nell’agire professionale l’infermiere fonda la relazione sull’ascolto e sul dialogo: è in questo spazio che si incontrano i bisogni e si affronta la malattia senza solitudine. Gli infermieri sono i professionisti che più di tutti restano accanto alle persone, prendendosi cura della persona prima ancora che della patologia».

Lei parla di un rischio concreto per l’articolo 32 della Costituzione (tutela del diritto alla salute). Che cosa rischia davvero il Servizio sanitario nazionale?

«Numerosi studi, come quelli pubblicati dal British Journal of Surgery, dimostrano che la carenza di infermieri è correlata a un peggioramento degli esiti di salute. Quando parlo di “questione infermieristica” intendo la necessità di interventi strutturali e multilivello, non di soluzioni tampone. Oggi l’Italia è sempre più divisa tra Nord e Sud e il caro vita ha interrotto anche i flussi migratori interni dei professionisti sanitari. Senza politiche di welfare mirate e nuovi modelli di reclutamento, il rischio è compromettere la tenuta del sistema sanitario e il patto di fiducia tra Stato e cittadini».