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Montecchio Maggiore (Vicenza), 20 gennaio 2026. Comunità’ Papa Giovanni XXIII. Montecchio Maggiore (Vicenza), January 20, 2026. Pope John XXIII Community.
Chi finisce ai margini non lo fa mai facendo rumore. Scivola. Scompare. E quando riemerge, se riemerge, lo fa aggrappandosi a qualcosa che tenga. Adriana “quella cosa” la chiama comunità. «Per me è un’ancora di salvezza, in questo momento difficile della mia vita», dice. Non abbassa lo sguardo, non chiede indulgenza. Sorride. Un sorriso che non cancella il dolore, ma lo attraversa. Antonio le sta accanto. Ha perso la casa, come si perde una certezza: all’improvviso. «Sono progetti da sostenere», dice, «perché la difficoltà non manda preavvisi». Manuela parla di carità cristiana come di una gentilezza che non pesa, che non umilia: «Qui mi sento a casa». Aziz ascolta in silenzio: porta addosso le cicatrici di un incendio che gli ha tolto lavoro, casa, un amico. La Comunità Papa Giovanni XXIII lo sta accompagnando anche nel percorso giudiziario, oltre che nel ritorno a una vita possibile. E poi c’è Pierangelo, accolto nella casa famiglia pronto intervento: è un lettore indefesso di Famiglia Cristiana. Copia a mano, sul suo diario, gli articoli che lo colpiscono di più. Un gesto antico, quasi ostinato, come a voler dire che certe parole vanno salvate dal tempo.


È da loro che bisogna partire. Non dai numeri. Non dagli assegni. Non dalle celebrazioni. Perché è per loro che Famiglia Cristiana è arrivata a Montecchio Maggiore, a consegnare alla Comunità Papa Giovanni XXIII l’assegno da 75 mila euro, frutto dell’iniziativa Un Natale di Valore, a sostegno del progetto Un pasto al giorno. A riceverlo dalle mani del nostro direttore, don Stefano Stimamiglio, è Matteo Fadda, responsabile generale della Comunità. Ma il gesto, qui, non ha nulla di cerimoniale. È il punto visibile di un’alleanza che sceglie di stare dentro le storie, non sopra.
Cent’anni dopo, l’intuizione di don Oreste Benzi resta disarmante nella sua semplicità: partire dalla tavola. «Guidare oggi una rete nazionale così ampia», spiega Fadda, «significa trasformare un gesto elementare in una risposta strutturale alla povertà». Un piatto caldo non è solo nutrimento: è relazione, continuità, responsabilità condivisa. È dire a qualcuno: esisti, oggi e domani. È costruire fiducia dove prima c’era solo sopravvivenza.
In un tempo segnato da guerre, diseguaglianze e fratture sociali, Un pasto al giorno continua a dire che la risposta parte dal basso. Dalla tavola. Dalla prossimità. E che può ancora cambiare il mondo proprio perché non pretende di farlo dall’alto. L’alleanza con Famiglia Cristiana nasce qui: nell’idea che informare non sia neutro, che raccontare il bene significhi assumersene la responsabilità, che la narrazione possa diventare azione sociale.


Sul territorio lo racconta con lucidità Anna Francioli, responsabile della zona Veneto Ovest della Comunità. I numeri non sono freddi, se sai leggerli: 32 case famiglia, famiglie accoglienti, Capanne di Betlemme per senza dimora, cooperative di lavoro, Cas per migranti, negozi solidali. Centocinquanta persone tra operatori, famiglie e volontari. Un tessuto vivo, intrecciato con i servizi sociali e con il carcere di Vicenza. Qui convivono, nello stesso luogo, una casa famiglia per disabili con bisogni complessi e una casa di pronta accoglienza per adulti senza dimora, quando l’emergenza non basta più. «Ogni persona respira comunità in ogni azione», dice Francioli. Anche nelle faccende quotidiane, anche nella notte.


Nella Capanna di Betlemme di Cavazzale, Tiziana Lovato vive l’accoglienza come una scommessa quotidiana sulla fiducia. Racconta di un ragazzo senegalese arrivato poco più che ventenne, con documenti incerti e paura negli occhi. Anni dopo ha un lavoro, una moglie, un figlio in arrivo. «All’inizio c’è timore», dice. «Poi, se dai fiducia, a volte la vita risponde». Non sempre si torna indietro a ringraziare. Ma il segno resta. Indelebile. Anche per chi passa, anche per chi riparte. Flavio Morini, responsabile della casa famiglia pronto intervento, parla come chi ha arato e seminato insieme. Una vocazione maturata lentamente, tra diffidenze iniziali e fiducia ricevuta. «Qui nessuno è riducibile al proprio limite», sembra dire la sua storia. Qui si resta, si cade, ci si rialza. Insieme.
Cent’anni dopo, la Comunità di don Oreste Benzi e il progetto Un pasto al giorno continuano a essere un atto politico nel senso più alto: rimettere al centro la persona. E Famiglia Cristiana, con Un Natale di Valore, sceglie di esserci. Non come spettatore, ma come parte in causa. Se don Oreste potesse sedersi oggi a questa tavola ideale, forse chiederebbe una cosa sola: non perdere mai le persone. Adriana, Antonio, Manuela, Aziz, Pierangelo. Perché sono loro il senso ultimo dell’assegno consegnato, di ogni parola scritta, di ogni comunità che resiste. E, ostinatamente, rinasce.



